Il ministro Bray dopo l'inchiesta de l'Unità sulle condizioni di degrado del centro storico «Assicuro la mia presenza a Taranto, che sto già organizzando per i prossimi giorni. Vorrei avere il tempo di visitare anche la città vecchia, per vedere con i miei occhi quello che c'è da fare per restituire vita ai beni culturali e a una comunità che si è appellata al mio ministero con così tanta speranza». Il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Massimo Bray si scusa per non essere riuscito a partecipare all'inaugurazione della nuova esposizione del MarTa, il museo archeologico nazionale di Taranto. Delude chi si era adoperato per accoglierlo ma dimostra di aver recepito l'appello rivoltogli dai giovani operatori della cultura della città e l'invito de l'Unità a conoscere e agire per salvare il grande patrimonio culturale, storico e architettonico di Taranto vecchia. Ieri mattina, il ministro dei Beni culturali era atteso per la cerimonia con la quale è stato riaperto il primo piano di uno dei musei archeologici più importanti del Paese. Il museo raccoglie la collezione degli ori di Taranto, oltre a manufatti, statue e ricostruzioni di ambienti del periodo ellenistico, romano e bizantino di una delle città più importanti dell'antichità. Ma il ritardo di oltre due ore del volo ha fatto saltare l'appuntamento, che in molti aspettavano con impazienza nella città pugliese. Bray ha avuto solo il tempo di recarsi a Reggio Calabria, per il ritorno nel museo archeologico calabrese, dopo quattro anni di assenza, dei Bronzi di Riace. Ma non ha dimenticato Taranto, vicina alla sua Lecce candidata a Capitale della cultura europea, dove precari della conoscenza riuniti nel gruppo «Giovane TarantoAntica» erano pronti a consegnarli una lettera manifesto, per criticare il bando del ministero per stage dedicati a «500 giovani per la cultura» e per accendere la speranza di un'alternativa nella città dell'acciaieria Ilva e dei veleni. L'alternativa, oltre al museo archeologico e i suoi reperti della Taranto protostorica e metropoli di età classica, è individuata nell'isola della città vecchia, nella bonifica del mar Piccolo, nella riqualificazione dell'area militare in via di dismissione dell'Arsenale, nella demolizione dello scempio della clinica per tartarughe costruita sotto le mura aragonesi, autorizzata dalla Soprintendenza e poi sequestrata dalla magistratura. Taranto vecchia è a pochi passi dal museo, al di là del ponte girevole che la separa dal borgo nuovo. Un centro storico ricco di stratificazioni millenarie di civiltà diverse e testimonianze che vanno dalle magnificenze della Taranto magnogreca alla cultura popolare della città che ha sempre vissuto in simbiosi col mare. La città dei pescatori, degli allevatori di ostriche e altri frutti di mare, la città dei marinai e degli artigiani. Una città in buona parte scomparsa con l'industrializzazione nata alla fine dell'Ottocento attraverso la costruzione dell'Arsenale Marittimo e proseguita con quella dei cantieri navali, fino al boom demografico degli anni Sessanta dettato dalle raffinerie e dall'acciaieria Italsider. Gli abitanti sono andati a vivere altrove. A Taranto vecchia sono rimaste poco più di 2 mila persone. Un abbandono inesorabile che ha lasciato l'isola spoglia del suo patrimonio umano e che sembra condannarla alla fine di quello artistico e architettonico. I palazzi, sgomberi e lasciati marcire, crollano uno dopo l'altro. Così come le antiche chiese. Le condizioni in gran parte precarie di questo prezioso centro storico, offuscano il grande patrimonio che lo contraddistingue. Al suo interno magnifici chiostri si alternano a scavi di templi magnogreci, nobili palazzotti Settecenteschi a ipogei e cripte bizantine. La sua bellezza sta nell'unicum dato da storiche abitazioni popolari in tufo appartenute alle famiglie dei pescatori e splendidi palazzi affrescati della nobiltà, separati da un salto di quota e riuniti da scalinate, vicoli strettissimi e postierle. E ancora conventi, antiche chiese, tracce di templi ed edifici pubblici di età classica e un imponente castello fortezza sul mare, di impronta aragonese, ma con stratificazioni che risalgono alla colonizzazione greca. La sua bellezza affiora ovunque, soprattutto dove è stata restaurata. Ma è in gran parte murata, imbracata e pericolante. Taranto vecchia rischia di scomparire anche per colpa della crisi industriale che ha colpito la città. Una crisi che ha sparso i suoi veleni nel mar Piccolo, il bacino interno al quale era aggrappata l'attività dei pescatori. L'inquinamento del primo seno ha vietato l'allevamento delle cozze, da sempre vanto della gastronomia e lavoro per l'isola. Negli anni Sessanta per salvarla si mobilitarono Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan e Antonio Cederna. Oggi ci provano i giovani e qualche ostinato amante di questo patrimonio. Massimo Bray ha promesso che s'interesserà al suo destino. A Taranto, e non solo, sono in tanti pronti a sperare e spendersi per una svolta storica. 22 December 2013 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 12) nella sezione "Cronaca italia"