Non ancora riparati i danni dell'alluvione Che Zeus abbia pietà di Sibari. Se dovesse essere un inverno piovoso, infatti, l'antica città greca ancora sotto il fango dell'alluvione del gennaio scorso, sarebbe allagata di nuovo. E tornerebbero a riempirsi d'acqua anche le bacinelle posate a raccogliere lo sgocciolio dal soffitto nello splendido e sgangherato museo. Potesse tornare in vita il focoso «Toro cozzante», la magnifica statuetta di bronzo che rappresenta uno dei pezzi più belli esposti nell'edificio costruito una ventina di anni fa, saprebbe lui chi incornare. E schiumando rabbia dalle narici se la prenderebbe con tutti i governi nazionali degli ultimi decenni colpevoli di tagli scellerati (anche se va dato atto all'attuale ministro dei Beni culturali Massimo Bray di essere andato in incognito mesi fa a visitare il museo pretendendo pure, o res mirabilis!, di pagare il biglietto) e poi con le giunte regionali di sinistra e di destra sempre distratte davanti ai disastri dei parchi archeologici calabresi e ancora coi sovrintendenti troppo timidi nel denunciare le calamità dovute all'incuria e gli amministratori locali innamorati del «marchio» ma indifferenti alla cura quotidiana. Fatevi un giro, nei dintorni dell'antica città fondata dagli Achei che secondo Strabone dominò su quattro tribù e venticinque città e arrivò a mettere insieme nelle guerre ai Crotoniati anche trecentomila uomini e aveva tanti abitanti da riempire un circuito di 50 stadi, cioè circa nove chilometri quadrati. Fatevi un giro e troverete un «Sibari golf club», un «Sibari Green village», un «Sibari petroli», «Sibari cantieri nautici», una «radio Sibari», un «villaggio Sibari Otium Resort», una «Marina di Sibari» e così via. E tutta la Calabria trabocca di residence Magna Grecia, campeggi Costa degli dei, appartamenti Olimpo, alberghi intitolati a Pitagora, ristoranti dedicati a Zeus, Atena o Poseidone. Tira, il fascino del nome ellenico. C'è chi pensa possa bastare ad attrarre torme di turisti. E la manutenzione dei tesori antichi? Uffa, chissenefrega! Per carità, sarebbe ingiusto sostenere che dopo lo straripamento del fiume Crati che nel gennaio scorso sommerse il sito archeologico non sia stato fatto nulla. Non c'è settimana in cui i (pochi) addetti non puliscano i filtri, sempre intasati, delle pompe che tirano su la fanghiglia. Più di tanto però, coi mezzi e i finanziamenti che hanno, non possono fare. Lo stesso Battista Sangineto, l'archeologo che col collega Taliano Grasso e una quindicina di studenti dell'Università della Calabria ripulirono volontariamente almeno alcune parti delle rovine coperte dal fango, ha affidato al Quotidiano della Calabria uno sfogo esasperato: «Come è possibile che i finanziamenti promessi, con relative passerelle politiche, a seguito della battaglia e dell'appello che questo giornale promossero all'indomani dello straripamento del Crati, non siano arrivati o siano arrivati in così esigua quantità da far iniziare e smettere i lavori nel giro di qualche settimana? Come è possibile che nonostante l'impegno e la dedizione di tutti gli operatori della Soprintendenza archeologica della Calabria () il fango e l'acqua continuino a ricoprire la maggior parte delle strutture della città antica? Come è possibile lasciare che una delle più importanti aree archeologiche del Mezzogiorno versi in queste condizioni, a quasi un anno dal catastrofico evento? Quali misure urgenti sono state adottate, sulla riva idrografica sinistra del Crati, affinché il fiume non straripi nel corso di quest'inverno?». Le foto dicono tutto: certi mosaici pavimentali ancora sotto la melma, le passerelle del percorso pedonale devastate dalle acque e buttate lì su un fianco, il Parco del Cavallo e la maestosa Plateia, cioè la strada che solcava l'antica città, impantanati alla prima pioggerella invernale Non se lo merita, un degrado così, questo eccezionale accumulo l'una sull'altra, per la gioia di ogni amante dell'archeologia, di tre città diverse: la sontuosa Sibari voluta dagli Achei distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C. e poi la panellenica Thurii successivamente conquistata dai Lucani e infine la romana Copia. Non se lo merita quella che, come ricorda Salvatore Settis, fu per un paio di secoli «la più opulenta città dell'Occidente greco, lasciandosi dietro una scia di narrazioni, spesso leggendarie» e fu «il modello di ricchezza e di cultura urbana avanzata». Come fosse questa costa fino a qualche decennio fa lo testimoniò l'archeologo francese François Lenormant: «Non credo che esista in nessuna parte del mondo qualcosa di più bello della pianura ove fu Sibari. Vi è riunita ogni bellezza in una volta: la ridente verzura dei dintorni di Napoli, la vastità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia». Cosa sia oggi, lo dicono le immagini degli orrendi condomini edificati a ridosso dei Laghi di Sibari trasformati in porticcioli con annesso villino. In condizioni forse peggiori del sito archeologico, tuttavia, e non per colpa di chi ci lavora mettendoci passione e amore, versa il museo. Lo costruirono un paio di decenni fa e ospita una collezione di pezzi straordinari provenienti dagli scavi nei dintorni. Il «Toro cozzante» di cui dicevamo, un magnifico pettine di avorio, un bellissimo frammento di mosaico, un corredo funerario del IV secolo a.C., le arcaiche «dame di Sibari», una «mano panthea» di bronzo avvolta tra le spire di un serpente, una targa di bronzo appartenente a «Kleombrotos figlio di Dexilaos», un sibarita vincitore di una gara ad Olimpia Pezzi che farebbero fare un figurone a ogni museo del mondo ma che sono stati mediamente visitati nel 2012 da 31 persone al giorno. Per tre quarti con biglietto omaggio. Bene: su quel tesoro, nelle giornate di pioggia come giovedì, Santo Stefano, sgocciola. Al punto che i responsabili del museo, in attesa che comincino i lavori di ristrutturazione per i quali sono già stati stanziati pacchi di soldi, sono stati costretti a posare per terra un bel po' di bacinelle e a coprire varie bacheche con teloni di cellophane. Uno spettacolo indecoroso. Tanto più per un edificio progettato dall'architetto Riccardo Wallach e terminato, come dicevamo, negli anni Novanta. E meno male che le autorità locali non perdono occasione di autocelebrarsi come i «gelosi custodi della civiltà della Magna Grecia»