Piazza Dante, la mostra continua Ma oggi le statue non parlano più Piazza Dante, la mostra continua «I busti sono tranquilli, rassicuranti; la loro solennità pedagogica ignora quell'enigmatica malinconia che circonda, nella solitudine dei parchi, le statue anche più banali». In uno dei racconti che compongono i Microcosmi, Claudio Magris indugia nella descrizione dei busti di Italo Svevo, James Joyce e di altri intellettuali collocati nei giardini pubblici di Trieste: l'osservazione di ognuno di essi fornisce allo scrittore lo spunto per alcune divagazioni sulle molteplici identità della città e sui protagonisti della sua fioritura culturale. Leggendo quelle pagine si prova una stretta al cuore, poiché il pensiero corre agli episodi di degrado e di criminalità che hanno interessato negli ultimi anni l'area di piazza Dante a Trento. A differenza di quanto accade a Trieste, qui il vandalismo è sempre in agguato, come immancabilmente accade dove gli spazi pubblici rimangono incustoditi: e che il rischio sia concreto lo dimostra il caso recente di Venezia, dove i busti di Verdi e di Wagner che si ergono nei giardini di Castello sono stati gravemente danneggiati a colpi di martello proprio nell'anno del bicentenario. Ma gli atti vandalici sono solo una delle spie di quanto sia scarsa la percezione del significato dei monumenti pubblici nel nostro Paese. Di norma ci si occupa di essi solo quando diventano dei bersagli polemici, come è accaduto alla statua di Bettino Craxi eretta nel 2003 ad Aulla, oppure quando sono concepiti con intento scopertamente provocatorio, come il colossale dito medio innalzato nel 2010 da Cattelan davanti alla Borsa di Milano. Il recente abbattimento della statua di Lenin a Kiev dimostra peraltro, sia pure in negativo, quanta suggestione possa ancora esercitare un monumento sull'immaginario collettivo. E dunque, se le statue fanno notizia solo quando le si vuole abbattere, bisogna riconoscere che il concetto stesso di monumento è entrato profondamente in crisi. La crisi riguarda anzitutto il nostro rapporto con le memorie del passato, ma è ben percepibile anche nella progettualità monumentale del tempo presente. Il concorso indetto nel 2009 a Berlino per un monumento commemorativo della riunificazione tedesca assume, a tale proposito, un significato emblematico: la gara si concluse con un nulla di fatto e tra mille polemiche per l'irriverenza dei bozzetti presentati (il più noto consisteva in una gigantesca banana). Proprio quest'anno si è svolto in Trentino un utile dibattito sull'origine e sul ruolo dei monumenti pubblici eretti in Trentino tra Otto e Novecento. Ad aprire la discussione è stato Fabrizio Rasera, che il 7 gennaio ha inaugurato l'anno sociale della Società di Studi Trentini di Scienze Storiche con una conferenza dal titolo Politica dei monumenti in Trentino. Formazione della coscienza nazionale, irredentismo, fascismo. Il contributo, pubblicato pochi mesi dopo sulla rivista della Società, offre un'attenta analisi delle motivazioni politiche sottese al fenomeno e dei conflitti attraverso cui passò la costruzione di una memoria collettiva. La riflessione sul tema si è poi arricchita dell'apporto del Museo storico del Trentino, che ha dedicato una mostra ai monumenti di piazza Dante a Trento. L'esposizione, curata da Elena Tonezzer, è visitabile fino al primo febbraio presso la Biblioteca comunale. Dal bellissimo catalogo, così come dalla disamina di Rasera, emergono alcuni spunti di riflessione che meritano di essere considerati, in filigrana, per una lettura dell'attualità. Una costante dei monumenti sorti a Trento tra il 1896 anno dell'inaugurazione del Monumento a Dante e la prima guerra mondiale è rappresentata dalla loro genesi, di norma dovuta all'iniziativa di appositi comitati, spesso legati al mondo studentesco e comunque espressione di una élite culturale magari minoritaria, ma ben radicata nel tessuto sociale cittadino. Un'altra caratteristica ricorrente è la volontà di celebrare, insieme a una personalità distintasi in una particolare disciplina del sapere, un preciso orientamento ideologico. Il tema prevalente è quello dell'irredentismo, che sulla scia di Dante viene a comprendere glorie locali come i poeti Giovanni Prati e Antonio Gazzoletti o personalità di statura nazionale come Giosuè Carducci e lo stesso Verdi. Non mancano tuttavia altri temi, come il darwinismo e l'implicita polemica contro il clericalismo, che trovarono espressione nel contestatissimo monumento a Giovanni Canestrini. A segnare la distanza con la nostra epoca si può ricordare che i monumenti a Gazzoletti e Canestrini furono oggetto di atti vandalici poco dopo la loro realizzazione, ma con intenti di polemica politica e non per futili motivi, come di solito accade oggi. La mostra evidenzia la sostanziale omogeneità degli inserti monumentali di cui piazza Dante si è via via arricchita nel corso del Novecento, anche durante il ventennio fascista e fino ai primi anni del dopoguerra. L'unica vera eccezione è costituita dal Family Monument, realizzato nel biennio 2007-2008 dall'artista inglese Gillian Wearing nell'ambito di un progetto della Galleria Civica d'arte contemporanea, all'epoca guidata da Fabio Cavallucci. Già nel titolo il manufatto denuncia la sua estraneità alla realtà locale, essendo un prodotto della cultura mediatica globalizzata. Negli intenti della Galleria il gruppo scultoreo doveva presentare l'immagine della «famiglia trentina tipo», elaborata attraverso la selezione di una famiglia reale, che prestò i propri volti alle singole statue. Queste ultime, fuse in bronzo in uno stile che ricorda il realismo sovietico, non rappresentano delle individualità ma un mero dato statistico, e incarnano dunque un elemento di forte discontinuità rispetto alla funzione di «famedio» assunta dai giardini nel secolo scorso. L'impossibilità di intestare l'opera a un preciso soggetto culturale o politico è un ulteriore elemento di ambiguità, che si aggiunge al carattere reazionario del messaggio di fondo, teso ad additare come esemplare il modello della famiglia tradizionale, di impianto addirittura patriarcale (il padre è in piedi al centro, la moglie e i figli lo circondano in subordine). L'inserimento del Family Monument in un contesto urbano già intensamente semantizzato come quello di piazza Dante costituisce così un serio vulnus al significato storico complessivo dell'area. In questo senso, l'opera di Gillian Wearing è un tipico paradigma di quella «crisi del monumento» che rappresenta uno degli aspetti più appariscenti dell'odierna incapacità di costruire in Trentino come altrove una memoria collettiva condivisa.