Consuetudini familiari mi spingono ogni inizio d'anno fuori dall'abituale residenza, in sedi transalpine: capitali centro europee o, comunque, siti nordici. Al piacere della temporanea appropriazione d'altri paesaggi e scenari urbani sempre s'accompagnano due motivi di disagio: quello climatico, per le più rigide temperature, e quello psicologico, generato da professionale attitudine a confrontare luoghi, comportamenti, servizi altrui con quelli nostrani. Ricavando dai paragoni l'irritante constatazione che c'è sempre un altrove dove le cose funzionano meglio. A vantaggio di platee di cittadini molto più numerose di quanti ne ospitino città e aree metropolitane del Sud d'Italia, Napoli in testa. Fluidità di trasporti metropolitani, ad Amburgo, Londra, Parigi, Stoccolma. Impareggiabile efficienza di nettezza urbana berlinese che restituisce nitore a strade e piazze in poche ore, dopo il festoso Capodanno che condensa un milione di persone alla Porta di Brandeburgo. O a Vienna, che incenerisce tonnellate di rifiuti tra l'aeroporto e il centro senza danno alcuno. Non esiste, ovviamente, la «città perfetta»; in ciascuna di quelle menzionate non mancano fattori naturali e umani che rendono meno felice l'esistenza degli abitanti, o parte di loro. Dipende dall'ottica con la quale le si osserva. Vale anche e soprattutto per Napoli. Rileggo due articoli, che per autorevolezza delle testate ove sono apparsi hanno avuto eco anche da noi. Rachel Donadio, corrispondente da Parigi per la cultura del New York Times, con precedente esperienza a Roma, ha scritto d'essere Seduced by Naples (13 dicembre): sedotta da sacro e profano, vizi e virtù, amore e morte, splendore e miseria, contrasti che s'impongono da monumenti, musei, storia, richiamati dall'osservazione del quotidiano, dalla cucina tradizionale, dal caffè espresso, dalla confusione vitale delle strade antiche. Tutto quanto la induce a definire Napoli la «città più romantica» tra quelle visitate in Italia. Immagini un po' stereotipe, comunque vere, onde è il caso di dire grazie alla gentile collega. Anche per non aver dimenticato la camorra, ma senza calcare la mano. Altrettanto vere, purtroppo, le immagini proposte su Le Monde (20 dicembre) da Philippe Ridet. Ha esplorato l'area tra Caivano e Giugliano, ormai nota come «terra dei fuochi». Gli è bastato per ricavarne, con volterriana asprezza, la considerazione di Naples, la poubelle de l'Italie: l'immondezzaio dove da ogni dove sono stati riversati rifiuti d'ogni genere, intossicando terreni, falde acquifere e aria. Dirgli che sbaglia? Non possiamo. Siamo tutti consapevoli dello schifo prodotto da delinquenti, amministratori complici o inetti, popolazioni che solo tardivamente hanno mostrato volontà di reagire. E allora? Compiaciamoci di vivere in una città la cui bellezza ispira pensieri romantici; ma indigniamoci di vivere dentro, o accanto, a una pattumiera. E speriamo, operiamo, pretendiamo, che nell'anno sopraggiungente si dia più tutela al bello che ci resta e si combatta con maggior vigore inefficienze e orrori che ci affliggono.