«La questione pomice», nelle Eolie, non è per nulla risolta. Anzi, mari mano che passano i giorni si concretizza sempre più l'ipotesi che quelle miniere, dalle quali dal 1893 viene estratta la pietrapomice, dovranno essere chiuse per sempre. E non solo perché l'Unesco per mantenere l'arcipelago nell'elenco dei siti "sotto tutela" aveva posto la condizione che «l'attività estrattiva della pomice deve cessare entro il 2004», quanto per il fatto che il materiale di risulta, stante le relazioni e le motivazioni depositate alla Regione siciliana, fin dal 1980 inquinerebbe il mare. Tant'è che da quella data è assolutamente vietato depositare pomice lungo le spiagge eoliane a tal punto che le famose«spiagge bianche» di Lipari, non esistono più. Il fatto è che quelle polveri di pomice causerebbero patologie gravi come la silicosi. Motivazioni, queste ultime, tirate fuori proprio da associazioni ambientaliste, che pressano affinché le cave siano chiuse per legge. «Ulteriori argomenti propagandistici tirati fuori dicono sindacati e operai da parte di quanti vogliono massacrare ed affossare definitivamente l'economia di queste isole». «Del resto chiariscono alla Pumex, una delle due aziende eoliane che provvede alla escavazione, lavorazione ed esportazione della pomice il prodotto non inquina l'acqua marina, è indiscutibilmente certificato dalle analisi effettuate in più anni da vari istituti. La relativa documentazione è stata spedita alla Regione che non ha mai ritenuto opportuno rimuovere quel divieto assurdo. Per quanto riguarda poi i danni alla salute proseguono alla Pumex i nostri minatori sono ben attrezzati con maschere e filtri. Non abbiamo mai ricevuto nessuna conte stazione sindacale. Prova questa che ogni cosa va bene, siamo perfettamente in regola. Certo, come si fa a garantire l'incolumità di isolani e turisti? Ma la preoccupazione per tutti sarebbe identica con le cave chiuse dal momento che di pomice libera al vento, Lipari ne è coperta per almeno un terzo». Di fatto sono a rischio circa duecento posti di lavoro tra attività diretta e indotto. L'ente minerario, infatti, non ha concesso né a Pumex né ad Italpomice, il rinnovo di permesso di escavazione cessato il 31 marzo scorso. L'altro ieri alla prefettura di Messina, nell'incontro tra l'assessore regionale Antonio D'Aquino, il prefetto sindacati e industriali, è stata accolta la «richiesta di sospensione momentanea» di quel diniego. «Ma è altrettanto vero che si protrae l'agonia non certo la guarigione. Anche perché dicono a chiare lettere i sindacati i politici non sanno assolutamente come affrontare la faccenda. Non vogliono perdere l'appoggio di ambientalisti o pseudo tali, ma nessuno di loro si sente di mandare a casa centinaia di padri di famiglia». «Quindi dicono i responsabili di Ds e Margherita eoliani bisogna percorrere un'altra strada. Chiedere all'Unesco di mantenere le Eolie tra i siti considerati patrimonio dell'umanità almeno per altri quattro anni e nel frattempo presentare e completare un piano di riconversione aziendale, così come da anni domandiamo inutilmente per esempio al sindaco di Lipari Mariano Bruno». Anche Legambiente, contraria alla riapertura delle cave, insiste per la riconversione. Argomenti di discussione che verranno approfonditi mercoledì prossimo a Palermo nel corso di un'ulteriore riunione convocata fra le parti dallo stesso assessore D'Aquino. Incontro al quale hanno già chiesto di partecipare anche esponenti dell'Unesco.