Nella fioritura di ordini monastici in epoca postridentina, quello di San Filippo Neri aveva come fine l'istruzione, la predicazione e l'apostolato liturgico. Gli Oratoriani o Filippini giunsero a Napoli nel 1586, furono conosciuti con il nome di Girolamini e crearono uno straordinario complesso monumentale che divenne una delle più avanzate istituzioni culturali e artistiche della città. La loro ricca e "maravigliosa" raccolta, consolidatasi tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, confermava gli "intenti celebrativi, sociali, educativi e culturali" dell'ordine. Fu la prima quadreria pubblica e una tappa obbligata del gran tour settecentesco. Dal 27 dicembre (inaugurazione ore 18), ventidue dipinti della collezione saranno visibili nell'ex chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce nella mostra "Il racconto del cielo. Capolavori dei Girolamini a Lecce", promossa dalla Provincia di Lecce - Assessorato alla Cultura con il Monumento Nazionale dei Girolamini e la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale di Napoli. A cura di Fabrizio Vona, Brizia Minerva, Sergio Liguori e Patrizia Piscitelli, si presenta come occasione straordinaria in coerente continuità con le operazioni espositive del Museo Castromediano di Lecce, che negli ultimi anni ha proposto e ricostruito i complessi e articolati intrecci tra Napoli e la Puglia. Le opere della pittura devozionale documentano non solo gli sviluppi tra tardo manierismo, pittura barocca e rococò ma anche i debiti della pittura pugliese agli artisti di area napoletana. E Fabrizio Vona soprintendente per il Patrimonio storico artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli ricorda che l'iniziativa rientra nella valorizzazione del complesso monumentale dei Girolamini e nella ricognizione sempre più capillare delle interazioni tra la capitale del viceregno spagnolo e le sue province. Nel "Racconto del cielo" (il titolo è tratto da un testo di Gianfranco Ravasi) lo scenario della pittura manierista è rappresentato da Francesco Curradi, Pomarancio, Bernardo Azzolino, Girolamo Imparato e Fabrizio Santafede, mentre la densità chiaroscurale del naturalismo è testimoniata dai due promotori del caravaggismo napoletano: Battistello Caracciolo con gli effetti in controluce del "Battesimo di Cristo" (1610) e del "Cristo portacroce" (1617 ca.) e Jusepe de Ribera, detto lo Spagnoletto. E ancora da Mathias Stomer e Andrea Vaccaro, anello di passaggio tra la generazione del primo Seicento e quella successiva. Guido Reni, esponente del "classicismo emiliano" soggiorna brevemente a Napoli nel 1612 e nel 1621 e apre una nuova fase della stagione pittorica con uno stile "piacevole e fantasioso". Dopo gli anni '30 e grazie alla sua presenza la pittura napoletana si muove tra i due poli del classicismo e del naturalismo. Dell'artista bolognese si può ammirare "L'incontro di Gesù con S. Giovanni Battista", tela donata dal sarto di origine pugliese, Domenico Lercaro, che nel 1622 lasciò all'ordine la sua ricca raccolta di dipinti "con l'obbligo di tenerli esposti nella sagrestia maggiore, di non venderli né alienarli, né anco prestare in modo alcuno". Nella sezione barocca è presente il grande protagonista della pittura napoletana, Luca Giordano, chiamato anche "Luca Fapresto" per l'eccezionale velocità di realizzazione delle opere, fu il "genius loci" dei Girolamini, e accanto al suo "San Nicola" c'è il più tardo Francesco de Mura con "L'incontro di San Filippo Neri con San Francesco di Sales", lontana dalla leggerezza cromatica della sua produzione. Brizia Minerva ha ricordato, durante la presentazione, come il percorso espositivo presenta due momenti rilevanti delle trame tra Terra d'Otranto e Napoli: la presenza del bozzetto di Nicola Malinconico (1690 ca.) per la tela della Cattedrale di Gallipoli, che riproduce con poche varianti l'affresco della "Cacciata dei mercanti dal Tempio" di Luca Giordano, e soprattutto la ricostruizione dell'"Apostolato dei Girolamini" di Jusepe de Ribera. I tre apostoli della quadreria napoletana sono integrati dal "San Bartolomeo", proveniente da una collezione privata leccese. Scoperto da Antonio Cassiano, potrebbe essere il "quarto mancante" della serie dispersa, accostabile secondo Nicola Spinosa agli apostoli superstiti per affinità stilistiche e compositive. E allo start del percorso espositivo i personaggi "così veri" delle tele del Ribera dialogano intimamente tra loro, grazie anche all'allestimento di Ester Annunziata, Giulio Mele, Brizia Minerva, Anna Lucia Tempesta e alle luci di Andrea Ingrosso. La mostra nasce da un'idea di Umberto Bile, il conservatore ad interim dei Girolamini, recentemente scomparso. Dopo lo scandalo del furto dei volumi dalla Biblioteca, Bile ha combattuto a lungo per il rinascita del monumento napoletano, lasciando un segno fondamentale nella difesa e tutela del patrimonio artistico nazionale. È accompagnata da un catalogo edito da "Arte'm" e sarà visitabile fino al 21 marzo 2014 (tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19). In questi mesi il Laboratorio di Restauro del Museo Provinciale di Lecce interverrà su due dipinti dei Girolamini, il "Cristo fra i Dottori" di Giuseppe Simonelli e l'"Adorazione dei Magi" di Niccolò Circignani detto Pomarancio.