Può esistere una storia d'amore tra un fotografo e un museo? Sì, se il fotografo si chiama Gabriele Basilico e non ha mai perso la speranza che osservare la condizione urbana contemporanea, la città diffusa che cresce e cambia, possa essere il punto di partenza per immaginare un futuro migliore. La mostra Gabriele Basilico. Fotografie dalla collezione del MAXXI, a cura di Giovanna Calvenzi e Francesca Fabiani, ricostruisce la biografia del museo, non solo attraverso le foto del 2009 che documentano la nascita dell'edifi - cio, ma anche attraverso le committenze che il fotografo (recentemente scomparso) ha ricevuto dal MAXXI e le acquisizioni per le collezioni: "Sono fortemente interessato alla forma degli edifici, alle facciate, agli angoli, alle superfici, alla profondità dei volumi, alle differenze di linguaggio dei manufatti. Inoltre sono interessato a tutto quello che sta fuori dal profilo e dalla massa degli edifici, e contribuisce al disegno 'urbano' dello spazio, come la segnaletica stradale, i cartelli, le corsie e le zebre sull'asfalto, i pali dell'illuminazione e la trama dei cavi elettrici che distribuiscono l'energia e consentono la viabilità di bus e filobus. Questo interesse profondo ha avuto inizio nel 1978 con un lavoro fotografico dedicato alla periferia della mia città, Milano". Così Basilico descrive la sua opera fotografica. Cita l'esem - pio della ricerca per DATAR svolta tra l'83 e l'88, un contributo all'attenzione per la rapidissima trasformazione del territorio. Questo laboratorio sperimentale produce essenzialmente una collaborazione più intensa tra fotografi, architetti, urbanisti e specialisti di altre discipline e lo sviluppo e consolida un linguaggio nuovo: la "nuova fotografia di paesaggio". Ma di quale città si tratta? Non quella nobile, antica e in un certo senso immutata dei centri storici, ma quella anonima e contemporanea delle periferie in continua, inarrestabile espansione. Una città "esplosa, diffusa, sparpagliata" la definisce Basilico, "città orizzontale" la chiama Hans Ulrich Obrist. Una città che muta i suoi punti di riferimento. Dice Yona Friedman che "la realtà sta al livello degli occhi dei passanti, a misura del pedone che la percorre". Per Basilico camminare è il mezzo e fotografare il dispositivo per comprendere la complessità del mondo. Nota la trasformazione della città, i giganteschi centri commerciali, è affascinato dal tema della periferia: "Spesso mi sono interessato alle periferie perché lì erano più evidenti il confine e la differenza tra i tessuti urbani". Considera la città come un organismo da ritrarre. Presenta le foto come dittici o comunque immagini molteplici: "Non riesco più a raccontare il mondo con un'immagine singola" dice Basilico. L'uso del bianco e nero indica la tendenza a sintetizzare, a dare unità alla forma. Nel lavoro di Basilico c'è una visione sentimentale, come per l'amata Milano, per la mediterranea e vivente Napoli o per Beirut, città ferita, ma ancora in grado di raccontarsi. A Roma torna sui luoghi di Piranesi e coglie i punti di frizione in cui la città delle rovine si va tramutando in una diversa. Nel documentario inedito di Amos Gitai, Basilico si commuove pensando all'ultimo viaggio a Paestum di Piranesi. È difficile non commuoversi vedendo le rigorose foto del grande Basilico.