«Finora non ho sentito una sola persona cui piacesse questa proposta di riforma del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibact)», dice sorridendo Marisa Dalai Emiliani, così una delle nostre più importanti museologhe e storiche dell'arte sintetizza il disappunto montante che attraversa tutto il settore, dalle associazioni ai sindacati, dagli operatori ai dirigenti. Non è stata bene accolta la Relazione della Commissione per la riforma del Mibact istituita dal Ministro Bray, che entro il 31 dicembre dovrà comunque presentare un riassetto del suo dicastero per ottemperare ai risparmi della «Spending review». Oggi un primo incontro per discutere la Relazione si terrà all'Istituto Sturzo di Roma, dove si sono date convegno varie associazioni e analoghe iniziative partiranno dai sindacati. Mani avanti per non cadere indietro: si sottolineano gli spunti interessanti della Relazione, si precisa che si vuole discutere e fare nuove proposte da indirizzare al ministro. Ma dietro tanti convenevoli c'è nervosismo e lo slogan è «No alla mutazione genetica del Ministero!». In che senso potrebbe essere stravolto il Mibact lo spiega il responsabile della Uil Beni culturali Enzo Feliciani: «Il nostro doveva essere un ministero di tecnici, storici dell'arte, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari: la Relazione tuttavia propone di passare da 6 direzioni generali tecnico-scientifiche a una sola, quella del patrimonio, che inglobando tutto, dall'archeologia all'arte contemporanea, non potrà che essere diretta da un amministrativo». Gli fa eco Irene Berlingò a capo di Assotecnici: «Staccare i musei dal territorio, cioè dalle soprintendenze è contro la natura stessa del Mibact». Insomma un Ministero che invece di trovare energie dalle competenze e dal territorio, è immolato al «centralismo burocratico». Ma le critiche non si limitano a questo: «La proposta di una direzione generale all'innovazione non mi convince affatto - insiste Dalai Emiliani -: è generica, si rischia di commettere errori già fatti, come il portale Italia per la cultura, con un enorme dispendio di danaro, risultati deludenti e che non servono a nessuno». Un portale che, ricordiamo, è valso al Mibact solenni critiche e prese in giro pindariche da parte della stampa, ma l'innovazione e la digitalizzazione sono cose cui Bray tiene molto: «Per questo dovrebbero partire dalle competenze - rilancia Dalai Emiliani -: se si vuole innovazione vera, scientifica, di alto livello, occorre rilanciare gli istituti centrali che la hanno sempre fatta con successo, come quelli del Restauro, delle Pietre Dure o del Catalogo Unico. Da lì devono uscire le novità e le linee guida per poi irradiarsi sul territorio». Salvatore Settis nel suo Italia Spa aveva statuito che «l'ossessione del modello americano è tale che buona parte del discorso sulla modernizzazione del sistema italiano è puntato sui musei (anzi, sul museo-azienda), dimenticando il territorio in cui essi sono radicati (e le soprintendenze che vi hanno giurisdizione), col rischio gravissimo di spezzare il nesso museo-città-territorio che è il cuore della nostra cultura istituzionale e civile». Oggi sulla separazione tra musei e soprintendenze che la Relazione propone, Settis - consigliere del ministro - mantiene il più stretto riserbo. Chi può valutare pregi e difetti del modello soprintendenzemusei è Rita Paris che è del pari soprintendente all'area archeologica dell'Appia Antica nonché direttore del Museo nazionale romano: «Separarli significa spezzare un legame culturale - spiega -, ma rischia anche di trasformarsi in un costo, che potrebbero permettersi forse solo gli Uffizi, il Colosseo e Pompei. Ma una maggiore indipendenza i musei la meritano, perché oggi le cose non vanno come vorremmo e su di loro gravano compiti insostenibili da un personale scarsissimo, spesso composto dal solo direttore e dai custodi». Peraltro la riforma del Mibact nasce dall'esigenza di ridurre i costi, e tuttavia dare autonomia ai musei come è proposto nella Relazione implicherebbe che tutti i circa 210 direttori dei musei, oggi amministrativamente semplici funzionari malpagati, acquisiscano anche il rango di direttori di seconda fascia, con un notevole maggiore esborso. Staccati dalle soprintendenze, i musei finirebbero assieme a biblioteche e archivi: tra i più contrari a questo accorpamento sono gli archivisti. Sulle loro spalle pesa oltre l'immenso patrimonio storico, anche l'intero settore della pubblica amministrazione, archivi oggi in buona parte digitali: «Il che significa avere competenze particolarissime - spiega Ferruccio Ferruzzi dell'Anai -, perché oltre ai dati, occorre immagazzinare anche il sistema con cui sono accumulati e possono essere riletti, altrimenti non servono a niente. Bisogna confrontarsi con tutte le realtà amministrative per trovare un terreno comune, un lavoro molto complesso, e specifico che rischia di annacquarsi con questi accorpamenti». Una delle proposte che sta creando maggiori malumori è la fantomatica unità di controllo «che sarebbe alle strette direttive del gabinetto del ministro - osserva ancora Feliciani - e avrebbe un potere verticale su tutti gli uffici del Mibact, che diventerebbero una dependance della politica. Ora al Mibact non è che manchino i controlli, ma spesso, e con effetti non sempre positivi nonché notevoli polemiche, sono bypassati proprio dal livello politico. Questa Unità mi sembra una pessima idea». Luigi Malnati, direttore generale alle antichità del Mibact, dagli anni 90 ha visto alternarsi ben 4 riforme del Ministero. Siamo alla quinta: tutta questa ginnastica fa bene? «No. Il personale è scarso, esausto e si stava cominciando ad assestare su un modello. Per ottenere risparmi, dunque senza risorse da investire, oggi forse sarebbe meglio migliorare quanto c'è, con l'accorpamento e ridimensionamento di funzioni delle direzioni regionali, insomma con una migliore regolamentazione del traffico». 26 November 2013 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 21) nella sezione "Speciali"
Riforma del Mibac
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibact) sta subendo una riforma, ma le proposte non sono state bene accoltate dal settore. La Relazione della Commissione per la riforma del Mibact, che deve essere presentata entro il 31 dicembre, propone di passare da 6 direzioni generali tecnico-scientifiche a una sola, quella del patrimonio, che ingloberebbe tutti i settori. Le associazioni e i sindacati hanno espresso critiche, affermando che il Mibact dovrebbe essere un ministero di tecnici e storici dell'arte, e che la proposta di una direzione generale all'innovazione non è convincente.
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