«II progetto è otto volte più grande del necessario. Ma nessuno ha il coraggio di dire a Meier che non va. Tanti la pensano come me: Tamburrino, Muratore Aymonino, Portoghesi Benevolo e Fuksas». Si torna a parlare dell'Ara Pacis e del contestato progetto dell'architetto americano Richard Meier. Cosa ne pensa Vittorio Sgarbi, uno dei primi a criticare quella scelta? Sgarbi, prima di tutto, urla. «Sono intervenuto subito, sono stato il primo. Perché voglio evitare che a Roma venga costruito qualcosa che meglio starebbe nella periferia di Los Angeles. Sarà un problema di tutti se tra tre, quattro anni il centro della Capitale si troverà ad avere un monumento "dell'età berlusconiana", per di più voluto dal suo avversario,Francesco Rutelli». Vittorio Sgarbi parla veloce, la faccenda gli sta a cuore,«come esteta» e come storico dell'arte. E lo fa arrabbiare, «Rutelli, pensando di essere Lorenzo de' Medici, commissionò senza concorso a Meier il progetto dell'Ara Pacis. Ma lui non era il Magnifico, e purtroppo Meier non era Leonardo». La scelta dell'architetto americano a molti non va giù. «Zeri diceva che Meier conosceva Roma, come lui conosceva il Tibet. E Zeri non era mai stato in Tibet. Passi per la chiesa, che ha progettato in periferia. Lì gli architetti possono intervenire, e infatti quante schifezze sono state fatte... Ma qui siamo in pieno centro a due metri dalla chiesa di San Rocco e dalla Chiesa di San Carlo». Ma cos'è che la indigna di più? «E' un progetto assurdo, otto volte più grande del necessario. D'altronde dentro vogliono farci di tutto: l'auditorium, la biglietteria, il portaombrelli e l'appendipanni. Tutto il peggio del consumismo globalizzato. Diventerà una specie McDonald's. Un luogo da visitare, mentre la teca del Morpurgo era un luogo da guardare: si passava e dai vetri si ammirava l'Ara Pacis». L'estetica contro il consumismo? «Così si rovina una delle zone più belle della città, si rischia di distruggere l'asse viario tardocinquecentesco voluto da Papa Sisto V. Si interrompe il Tridente che, con quest'ammasso, rischia di non vedersi più».Dunque, che cosa bisognerebbe fare? «L'Ara Pacis è un bene dello Stato, il Comune l'ha solo in concessione. Il ministro Urbani deve ordinare a Meier di ridimensionare il progetto. Basta una struttura due volte più grande dell'Ara Pacis. E' nel diritto del committente di modificare il progetto. E se non vengono seguite le sue direttive, deve fare un atto critico, di rottura. Come prendere l'Ara Pacis e portarla all'interno del Museo delle Terme». Urbani e Veltroni avevano trovato un accordo con l'architetto... «Sono due anni che continuano a parlare, senza il coraggio di dire a Meier quello che non va. Si parla con l'incubo di Meier. All'inaugurazione della mostra "La maestà romana", sembrava in effetti che il sindaco e il ministro volessero ridimensionare il progetto, per farne qualcosa di più piccolo e più semplice. Ma avevano fatto i conti senza l'oste, cioè Meier, che non è affatto disposto a modificarlo. D'altronde, anch'io ero stato in America a parlargli. E' stato cortese, ha detto che capiva. Ma poi non ha cambiato proprio nulla». Ormai non è più il Solo a pensarla così. «Sì, forse io dico le cose in modo più energico, e gli altri in modo sommesso, ma come me la pensano anche Antonio Tamburrino, Giorgio Muratore, Carlo Aymonino, Paolo Portoghesi, Leonardo Benevolo e Massimiliano Fuksas. Meier diceva che era un mio capriccio, che mi sbagliavo,ma con me si sbaglia tutto il mondo dell'arte» Come l'avrebbe voluta lei, l'Ara Pacis? «Avrei voluto lasciare la teca, restaurandola. Secondo il principio di Meier, un domani qualcuno potrebbe decidere che al posto del Palazzo della civiltà italiana all'Eur, ci starebbe tanto bene un'opera di Renzo Piano. Immaginiamo come sarebbe uscire dalla tangenziale dell'aeroporto e non vederlo più. Così sarà per l'Ara Pacis, passeremo sul Lungotevere e non la vedremo più. E al suo posto un'opera che starebbe bene nella periferia di Colonia, o di Amburgo,oppure di Los Angeles, che è lo stesso: questo è un modo globalizzato di intervenire e fare architettura, dove il luogo non conta più».