A poche ore dalla scadenza del termine la nomina non arriva. Il ministro pensa a Cirillo Mancano poche ore alla scadenza del termine per la nomina del direttore generale del sito archeologico di Pompei. Sono passati quattro mesi dall'approvazione del decreto legge che l'istituisce e due dal definitivo voto del Parlamento, ma quel nome ancora non c'è. Dopo lunghe discussioni, nel governo si sta consumando uno scontro che solo la delicatezza della funzione, l'ampiezza di poteri e la quantità di denari pubblici e affari privati che girano attorno alla scelta possono spiegare. Nei giorni scorsi, il braccio di ferro è arrivato al limite della rottura, quando il ministro dei Beni culturali Massimo Bray si è presentato nell'ufficio del premier Enrico Letta con la lettera di dimissioni. Gesto definitivo (per ora) rientrato. Ma non sono sopiti i timori del ministro, indisponibile ad avallare una scelta che potrebbe aprire il varco a una gestione di Pompei in cui la tutela archeologica sia posposta a gestioni irresponsabili di appalti e denari pubblici, velleità affaristiche, scempi edilizi. Si tratta infatti di una figura inedita, con poteri persino più ampi dei vecchi e non rimpianti commissari, «inventata» per gestire il mega progetto di restauro (105 milioni di fondi Ue) superando le pastoie burocratiche che finora l'hanno rallentato ma anche per valutare piani di rivitalizzazione turistica dell'area attorno alle Domus. Uno spettro di funzioni che spazia dagli appalti ai piani di restauro, dalla gestione manageriale alle varianti urbanistiche. La legge prevede che il direttore generale sia nominato dal premier su proposta del ministro dei Beni culturali. Invano si è tentato di trovare un nome condiviso. In particolare, a negoziare (e soprattutto a duellare) sono stati Bray e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi. Bray avrebbe voluto nominare uno tra i più brillanti funzionari o dirigenti del suo ministero. In particolare, si era parlato di Fabrizio Magani (che ha dato una svolta ai restauri post terremoto a L'Aquila) e Gino Famiglietti (che in Molise si è battuto per difendere gli scavi archeologici di Sepino dalle pale eoliche). Ma Palazzo Chigi ha fatto notare che il direttore generale non è un soprintendente, deve avere competenze manageriali e pertanto va pescato altrove. Per esempio nel colosso bancario Unicredit, dove lavora da qualche anno il diplomatico Giuseppe Scognamiglio. Risposta di Bray: se non va bene un archeologo, che c'entra una feluca trasmigrata in banca con Pompei? Piuttosto, rilancia il ministro, nominiamo un economista esperto in beni culturali come Pierluigi Sacco, che insegna allo Iulm di Milano. Ma neanche gli accademici hanno raccolto il placet di Patroni Griffi. Oltre a Sacco, bocciati Giuliano Volpe (archeologo, ex rettore a Foggia, candidato da Vendola al Senato ma non eletto) e Massimo Marrelli (economista e rettore dell'università Federico II di Napoli). A questo punto, Palazzo Chigi mette sul tavolo un nome di peso: il prefetto Umberto Postiglione, fino a pochi mesi fa a Palermo (ma contemporaneamente era anche commissario della Provincia di Roma), poi chiamato al Viminale a capo del dipartimento per gli affari interni e territoriali. Postiglione vanta anche un'esperienza come sindaco della sua città, Angri (dal 1995 al 2004 per il centrosinistra), che potrebbe tornare utile visto che il direttore generale dovrà occuparsi di faccende urbanistiche nell'area esterna al parco archeologico. Questioni molto delicate e che da tempo allarmano non solo archeologi e ambientalisti per le possibile mire speculative e cementificatorie di soggetti criminali, ma anche l'Unesco, che già ha minacciato la cancellazione dall'elenco dei siti «patrimonio dell'umanità». Per questo motivo, dopo aver paventato le dimissioni, nei giorni scorsi Bray ha provato a sondare un nome che avrebbe messo tutti d'accordo, Raffaele Cantone, già pm nel processo al clan dei Casalesi, ora in Cassazione, che però ha declinato l'offerta dopo aver valutato le funzioni del direttore generale estranee a quelle di un magistrato. Lo stallo continua, in attesa della riunione decisiva. Nelle prossime ore Letta, Bray e Patroni Griffi si ritroveranno a Palazzo Chigi. E il ministro pare intenzionato a giocare una carta a sorpresa, di fronte alla quale potrebbero cadere tutte le obiezioni: il vicecapo della polizia Francesco Cirillo, originario di Torre Annunziata (a due passi da Pompei) e con una lunga esperienza nella lotta alla camorra.