GLI inglesi resuscitano Pompei e ci obbligano a ripensare il nostro rapporto col passato. Nessuna meraviglia per il successo del documentario tratto dalla mostra al British Museum. L'incontro tra le nuove tecnologie digitali e le risorse del nostro straordinario patrimonio culturale era prevedibile. Il film, componendo in una nuova narrazione le immagini tratte dai segni dell'arte e dagli oggetti tramandati dal passato, fa rivivere la vita quotidiana della città sepolta dall'eruzione del Vesuvio. Ne è nato un "prodotto" ad alto gradimento, ma è stata anche sperimentata una forma di conoscenza che trascende la stessa portata materiale dell'iniziativa. La storia, oggi, è scarsamente rilevante nella formazione scolastica di base ed è diventata un campo di Agramante conteso dai media e devastato da sprovveduti, quanto interessati, utilizzatori dei suoi contenuti. Gli elementi distintivi delle epoche trascorse, desunti fino alla fine dell'Ottocento dalla narrativa e dai giornali, si ricompongono in un immaginario storico alimentato prevalentemente dal cinema e dalla televisione. Un tramite essenziale per misurare come cambiano le forme sociali economiche e culturali, ma insieme un coacervo disordinato di rappresentazioni approssimative, e spesso erronee, del loro trascorrere. Oggi la tecnologia digitale ci mette a disposizione una macchina del tempo capace di riproporci un passato più attendibile. Ma siamo ai primi passi e molti sono gli ostacoli. Ho avuto l'occasione di vincere i pregiudizi verso tutto ciò che, a proposito di Storia, non sgorghi dalle fonti scritte o non si forgi nel dibattito scientifico tra gli addetti ai lavori. Me l'ha fornita, qualche anno fa, l'insistente testardaggine di Luciano De Fraia, un giovane regista napoletano che coinvolse mee altri colleghie testimoni, nella realizzazione di un film digitale sulla storia di Napoli. La prima parte del lavoro aveva già ottenuto un significativo riconoscimento internazionale. Ora si trattava di "assemblare" quella dedicata al periodo borbonico. Dovevamo "stare in scena" intervallando il racconto degli elementi salienti della storia del regno nello scorrere degli scenari rivitalizzati della città capitale. Erano riproduzioni desunte da una miriade di fonti iconografiche, codici, planimetrie, mappe e oggetti che l'autore aveva saputo digitalizzare e montare in un flusso di immagini di grande intensità visiva. Un lavoro altamente specializzato e di complessa realizzazione. Sprovvisto di adeguate risorse finanziarie e privo di sponsorizzazioni politiche o culturali, De Fraia era animato da una forte e istintiva passione per la storia della città e si muoveva tra biblioteche, musei e sale di registrazione, operando con la meticolosità di un vecchio artigiano. Il film fu terminato pochi giorni prima della sua morte improvvisa, senza che gli fosse consentito di presentare la Napoli reinventata dalla sua fantastica abilità, al pubblico ignaro e disattento dei nostri giorni. Ma la vicenda della sua appassionata "impresa" merita un ricordo. L'exploit della Pompei britannica ha rinverdito le generiche lamentazioni sull'inadeguatezza del genio locale. Bisogna entrare nei dettagli. Il tema della valorizzazione del patrimonio artistico è all'ordine del giorno del dibattito politico culturale. Se ne parla domani al Teatro di Corte, alla presenza del presidente della Repubblica, e se ne discute ogni volta che si presenti l'occasione di valorizzare in maniera innovativa questa o quella parte delle nostre ricchezze culturali. Al centro dell'attenzione rimangono le forme della tutela e della salvaguardia o la sperimentazione di nuove modalità organizzative e gestionali. Rimane sconosciuta la strategia capace di realizzare la sinergia tra il potenziale, odierno, valore economico e la qualità del bene d'arte. Il caso evocato mette in luce la capacità di interpretare Napoli utilizzando il linguaggio della rivoluzione digitale, ma anche il limite di essere costretti a operare in solitudine, senza i supporti e i riconoscimenti necessari al raggiungimento dell'obiettivo. L'irrompere del digitale nel vecchio mondo della produzione artigianale può far trasmutare un'antica tradizione in "saper fare" di impresa, rivoluzionando il modo di ideare e realizzare "il prodotto", ridisegnandoi luoghi della sua realizzazione, semplificando i processi di ricambio e di distribuzione. Il vento del cambiamento va assecondato; è indispensabile una regia politica intenzionata ad assicurare spazi deputati, semplificazioni burocratiche, facilitazioni creditizie. E prima ancora, come si sarebbe detto una volta, serve una "rivoluzione culturale" nel mondo della formazione. Un modo diverso di usare, da parte di Scuola e Università, il grande patrimonio della nostra identità umanistica che sfrutti le necessarie contaminazioni con le tecniche della comunicazione e sappia gestire beni che non possiamo più abbandonare all'incuria degli uomini. Pompei, ci insegnano gli inglesi, è un'occasione per il nostro futuro, non una pagina mitica del nostro passato.