Lo studioso Augusto Gentili ha scoperto l'identità del "Cavaliere Thyssen", un'opera del grande pittore che risale al tempo delle guerre turche. Un'allegoria, con tanto di motto, che restituisce purezza a un guerriero discusso. È Marco Gabriel: il palazzo di famiglia esiste ancora, è un hotel con il suo stemma TANTI GLI ANIMALI NELLA TELA, DALL'ERMELLINO AL FALCO E L'AIRONE, CHE NASCONDONO SIGNIFICATI PRECISI LA RICERCA Lo studioso Augusto Gentili si è votato alla pittura veneziana del '500. Per essere più vicino ai «suoi» quadri, lasciata la «Sapienza», è andato a insegnare in laguna. Il 13 dicembre terrà all'aula magna dell'Ateneo veneto la lezione di saluto. E agli studenti lascerà un regalo: scioglierà un grande mistero della storia dell'arte. Tanti ci si sono industriati: da Berenson in poi. Ma da 10 anni (gli ultimi per verificare i riscontri), Gentili ha individuato il nome del «Cavaliere Thyssen» di Vittore Carpaccio: un dipinto enigmatico, con in primo piano un capitano nell'armatura, e un personaggio a cavallo dietro; una città-fortezza; un paesaggio di fiori e animali. Misteriose anche le vicende dell'autore: «Perfino le date di nascita e morte di Carpaccio sono ignote: tra il 1460 e il 1465, e tra il 1525 e l'anno dopo», spiega. È Marco Gabriel, questa è la sua vicenda. LE STORIE Carpaccio dipinge cicli di «Storie», anche se, purtroppo, molte ormai smembrate: così ricche che occorre «percorrerle senza fretta, e attraversarle in ogni direzione». Ed è una storia anche il «Cavaliere», del cui passato si sa poco: «Rosella Lauber ha trovato che il quadro era a Venezia fino al 1761, in casa Barbaro-Nani, poi dai Donà». «Intanto - continua - non sono due personaggi: è sempre lo stesso. E' un giovane, precocemente morto in guerra». Dietro, qualcuno pensa a uno scudiero: «Scudiero su un cavallo, e cavaliere appiedato?». La data sul cartiglio, 1510? «Depista. C'è da dubitarne: è molto pasticciata. Il dipinto rimanda ai teleri per San Giorgio degli Schiavoni; alle guerre turche, dal 1499 al 1502». I quadri con «San Giorgio e il drago» sono commissionati da Paolo Vallaresso, arresosi ai Turchi quando comandava la fortezza di Corone, in Morea nel 1500. «Ma poco prima, era capitolata anche quella di Modone». Uno dei suoi rettori subito ucciso; l'altro, Marco Gabriel, si salva. «I Diarii di Marin Sanudo lo sospettano di collaborazionismo. Voci contrastanti: è fuggito; no, ma è vivo; in schiavitù; "el signor el tien a presso de sì", frase un po' ambigua. A ottobre 1500 arriva una sua lettera a Venezia: è nel Castel nuovo di Mar Mazor, ferito, chiede dei soldi. Ma nel 1501 si sa che Gabriel il 4 novembre è stato decapitato». È LUI «Il dipinto è un'allegoria», continua; sul quadro, c'è un motto: «Malo mori quam foedari», meglio morire che macchiarmi; «difende l'onore, fino al sacrificio; ci sono anche il candidissimo ermellino in primo piano, il giglio oppresso dal rovo». E a destra un cagnaccio: «Un cane grande, ovvero il Gran Khan; postura d'insidia, opposto a quello mansueto accanto al cavaliere, ripreso da un celebre disegno di Pisanello. Il paragone con il turco non è nuovo. Il falco e l'airone: la lotta tra violenza e integrità. Mille simboli nei fiori: perfino il miosotis è la memoria, per noi il non-ti-scordar-di-me». Ma chi è? Nomi a decine: da Della Rovere, a un aragonese, a un Barbaro; «ma nessuno convince, per uno o altri motivi». Allora? «L'oro e nero dei Gabriel sulla divisa del cavaliere; sui calzari dell'uomo in primo piano, e ho schiarito l'immagine per vederlo; i colori del fodero di spada dietro. Sono ancora, a riva degli Schiavoni, in facciata e su un pozzo all'Hotel Gabrielli. Il Capitano ha una strana saccoccia in vita, con delle lettere piegate: quelle che Marco Gabriel manda dalla fortezza in pericolo e dalla prigionia. La città sul fondo è il castello veneziano di Modone. L'airone abbattuto dal falco nel cielo è proprio lui: Marco Gabriel, nella posa delle statue funebri degli eroi». Perché mai questo quadro? «Per spiegare che se n'è andato, puro e incontaminato; e sconfessare la "damnatio memoriae" dei Diarii di Sanudo che insinuavano. Marco è restituito come un eroe di guerra: con la spada riposta. Come un puro, ed è l'ermellino. Come uno che è morto e non si è arreso, non è sceso a patti». Immagine idealizzata, il viso non è caratterizzato: «Il ritratto a figura intera non esisteva; né c'erano foto di famiglia cui ispirarsi; e quella testa era stata mozzata». Gentili l'ha capito «una decina d'anni fa; poi ho cercato conferme; e quando sono arrivato allo stemma dell'hotel ancora il nome di famiglia, sul luogo dove era il loro palazzo, mi sono sentito non so se felice, ma assai riconfortato». Spesso l'arte è faccenda da 007: lo diceva sir Denis Mahon, che ha scoperto cinque Caravaggio. Fabio Isman