Quando ho avuto la ventura quest'estate di assistere all'incontro al Festivaletteratura con il professor Settis e il professor Montanari un assunto mi ha colpito: le opere d'arte vanno viste là dove sono. Bisogna fare fatica, operare nel caso una forma di obiezione di coscienza culturale nei confronti delle mostre, perché le opere che abbiamo vanno interrogate nel loro contesto. E interrogate senza mediazioni di sorta. L'altro giorno ho quindi deciso di intervistare il professor Montanari vis-à-vis a Verona, prima in un albergo e poi in un liceo artistico, per interrogarlo anche visivamente, chiedergli e capire come fosse, dove si posizionasse. La risposta l'avete in questa lunghissima intervista, divisa in due parti per motivi di carità nei confronti di chi legge con uno schermo in verticale (me incluso), ma vibrante dell'indignazione genuina e dell'amore reale per il proprio Paese quanto per l'arte. Un amore che abbiamo visto corrisposto nel liceo artistico in cui poco dopo ha parlato, e di cui sono stato testimone; un amore che ha fatto vibrare loro, e colpito noi. Mi hanno chiesto di dire una parola sulla Nottola; quando ho iniziato il mio (brevissimo) intervento li ho visti in faccia e detto Siete bellissimi. Spero non se lo dimentichino. (i.p.) Siamo con il professor Montanari presso l'Hotel Verona. La prima domanda che volevo farle è questa. Abbiamo letto il libro Le pietre e il popolo (Minimum Fax 2013) l'altra sera. L'aspetto che mi ha colpito personalmente è il fatto che si parli tanto di arte, si parli tanto di tutela del patrimonio paesaggistico in senso lato (tutela del paesaggio e della cultura) ma una cosa che salta fuori è l'attenzione alla Costituzione non tanto come insieme di regole schematiche, rigide cui il popolo italiano si deve conformare ma come percorso dialettico che tra le altre cose tutela e valorizza il patrimonio artistico. Volevo conoscere la sua opinione in merito a questo e la sua posizione sulla Costituzione come insieme di regole scritte datate. La Costituzione oggi viene attaccata da politici, incluso il Presidente della Repubblica, che sono più vecchi della Costituzione anche anagraficamente e sono decisamente più realizzati e più compiuti e più attuati nel loro potere di quanto la Costituzione non sia attuata. E fa un po' di impressione, questo: la nostra Costituzione è una Costituzione giovane che non è mai in fondo stata attuata. Piero Calamandrei la chiamava la grande incompiuta. E Calamandrei, che mi è molto caro come fiorentino ma anche come appassionato di storia dell'arte (ciò che spesso non si ricorda di Calamandrei è che era sì un avvocato, un giurista, grande costituente e parlamentare ma anche appassionato di storia dell'arte di livello direi professionale ha scritto saggi bellissimi su Benvenuto Cellini), dice in un discorso del '46 a Costituente aperta che la Costituzione Italiana non avrebbe mai potuto regolare e definire i risultati e i contorni di una Rivoluzione, come in genere fanno le Costituzioni moderne, perché in Italia non c'era stata la Rivoluzione. Dice Calamandrei che l'unica rivoluzione che abbiamo avuto per fortuna è la Repubblica, siamo riusciti a cacciare i Savoia, quelli delle leggi razziali, e almeno questo era un buon risultato. Ma allora se non è questo che cos'è la Costituzione? E dice che Togliatti in Costituente per spiegare cosa sarebbe dovuta essere la Costituzione che stavano scrivendo cita Dante e il ministro Quagliariello che cerca di cambiare la Costituzione lo voglio vedere a citare Dante in Parlamento. Cita Dante e dice che la Costituzione sarà come quelli che camminano al buio portando un lume dietro di sé sulla schiena per illuminare la strada a chi viene dopo. Cioè la Costituzione non come la sanzione di uno stato di fatto soddisfacente ma come, e son parole di Calamandrei, come una sentenza di condanna sullo stato delle cose che finché non verrà applicata non sarà operativa. Noi siamo quelli che camminano nella luce che i nostri Padri Costituenti tenevano dietro la schiena. La Costituzione è un progetto, non è una sanzione di uno stato delle cose. È un progetto di comunità; è (citiamo ancora Calamandrei) una rivoluzione promessa. C'è dentro la promessa di una rivoluzione che sta a noi mantenere. E, dice Calamandrei, chi nel futuro non vorrà andare avanti, chi non avrà una politica progressista in fatto di diritti, per esempio sarà contro la Costituzione. La nostra Costituzione non ammette la stasi. È una Costituzione riformatrice, rivoluzionaria direi meglio, in sé. Allora io credo che questo sia verissimo per il patrimonio. L'articolo 9: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura", non la cultura, che è un modo per dire promuove il lavoro culturale, l'impegno retribuito dignitosamente di chi interpreta e fa crescere la cultura, i ricercatori ma anche gli artisti, i musicisti, gli uomini di teatro. Questo vuol dire lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. "Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". È una delle pochissime volte che la Costituzione usa la parola "Nazione" (3 in tutto, NdR): non si poteva quasi dire dopo il fascismo. E non lo dice mai né per la fede religiosa né per la lingua; perché in fondo e credo che anche questo sia un progetto che ai nostri tempi diviene veramente parlante -, con una profonda consapevolezza storica (e qui c'entra il dato culturale: i Costituenti avevano letto i libri giusti) dicono che l'Italia non è mai stata una nazione iure sanguinis ma è sempre stata una nazione iure soli, per diritto di suolo. È il patrimonio e il paesaggio che ci ha fatto nazione; all'epoca della Costituzione gli italiani non si capivano nella loro lingua, nell'epoca pre-televisiva. Certamente il sangue della Nazione italiana è il più mescolato di tutte le Nazioni d'Europa. Quello che ci ha unito invece, e ci divide e distingue, meglio, dalle altre nazioni europee, è il paesaggio e il patrimonio che è costituito in quel paesaggio. Che sono una cosa unica, che ci fa Nazione e fa comunità. Allora per questo sta nella Costituzione come progetto: siamo e saremo comunità anche grazie a ciò che abbiamo costruito. Che non è bello. Il patrimonio storico e artistico non è il patrimonio storico-artistico, ma storico e artistico, quindi archivi, biblioteche la serie delle parole e artistico la serie delle figure, come diceva già Raffaello. Non è un problema estetico: Cicerone avrebbe detto che non sono ornamenta ma monumenta, grumi e nuclei non solo di memoria ma di programma per il futuro. Il patrimonio storico e artistico come lo interpreta la nostra Nazione è messo tra i principi fondamentali di una comunità che risorge dal sangue, dalla Resistenza, dalla guerra civile, dalle macerie; una comunità messa peggio di oggi sotto tutti i punti di vista tranne, forse, da quello morale e da lì pensa che bisogna ricostruire anche attraverso la funzione civile del patrimonio e del paesaggio. Oggi credo che, nell'Italia del 2013, molti penserebbero che sono cose frivole o il petrolio d'Italia da sfruttare economicamente; credo che pensare che sono uno dei principi fondamentali attraverso cui ricostruire una comunità sia davvero un messaggio rivoluzionario. Lei ha detto una cosa che anch'essa salta fuori dal libro in maniera sommessa ma, pian piano che passano i giorni, molto forte, e cioè che il nostro patrimonio artistico non è un patrimonio statico cosa che in effetti all'interno della gestione del patrimonio artistico e del patrimonio culturale in senso lato in Italia risulta. Cioè quello che accadde allor può essere tutelato, valorizzato o, meglio mi permetto l'uso di questo termine poiché è quello che lei usa di più può essere sfruttato, mentre il senso dinamico del patrimonio artistico non solo viene snaturato ma sopito. Una cosa può essere fruita nel momento in cui ci può dare un biglietto; quando il ritorno economico non c'è più il tutto viene messo a tacere e trovato poco interessante. È quella che venendo qua chiamavo la cultura, mi permetta, renziana delle tartarughe Ninja: Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Donatello possono essere ricordati e altri artisti che hanno costruito la storia d'Italia possono esser rimossi. Nel libro lei fa il tragico esempio verrebbe da dire tragicomico ma è proprio tragico del Vasari Ci sono molte questioni in questa domanda, intrecciate fra loro. Proviamo a sbrogliarle. Io credo che il patrimonio sia un repertorio, un grande repertorio. Come quello teatrale e quello musicale se non viene eseguito nel nostro caso se non viene narrato, rinarrato da ogni generazione, risemantizzato da ogni generazione è muto. Un museo in cui non si faccia ricerca e in cui non ci sia la capacità di narrare a ogni generazione quel che nel museo c'è è un deposito di roba vecchia che dal mio punto di vista potrebbe benissimo esser chiuso. Questo è il punto. La Costituzione Italiana non tutela le pietre, non i monti, non le cose, ma i diritti delle persone. L'articolo 9 va inserito nella rete dei principi fondamentali (pensiamo all'articolo 3, la rimozione delle cause di diseguaglianza, e soprattutto il programma vero della Costituzione che sta dentro l'articolo 3, espresso in parole mirabili quando parla del pieno sviluppo della persona umana). Questo è lo scopo del patrimonio. Il Ministero per i Beni culturali che nasce infelicemente a metà degli anni Settanta, scorporandolo dal Ministero dell'Istruzione laddove era chiaro era il progetto del patrimonio quello di formazione ed educazione è stato inteso all'inizio come un Ministero delle pietre, delle cose da tutelare, che per carità va benissimo, ma la tutela non è un fine ultimo: la tutela è un mezzo per arrivare alla conoscenza, alla cultura, alla partecipazione democratica, all'emancipazione culturale e politica degli individui e della comunità. Dopo, per esempio con Veltroni, sono state aggiunte le Attività Culturali, quest'idea pop del tempo libero, degli eventi: una cultura deteriore. Ora ci si è aggiunto il Turismo, cioè il pubblico pagante di chi se lo può permettere, negando l'idea costituzionale che il patrimonio serva soprattutto agli ultimi, a chi certamente non può pagarsi lo svago del turismo, pensando che il patrimonio sia il patrimonio del tempo libero categoria nefasta per mille ragioni. Ecco: io credo che questo sia sbagliato. Il Ministero dei Beni culturali dovrebbe essere inteso come un Ministero dei diritti della persona, come il Ministero della Salute e come il Ministero dell'Istruzione. Al centro c'è la persona; e se io avessi la bacchetta magica politica vorrei chiamare quel ministero Ministero per il pieno sviluppo della persona umana, perché questo serve; perché se noi utilizzassimo la parola dei nostri cugini francesi per cultura, cioè civilizzazione, forse capiremmo meglio a cosa serve la cultura: a essere civili, a essere umani. David Foster Wallace ha scritto che la cultura non ha a che fare con i voti accademici né con le domande sulla vita dopo la morte ma con le domande sulla vita prima della morte, cioè quello che serve per non spararsi un colpo in testa una volta arrivato ai 30 o ai 50 scrive in Questa è l'acqua e, pensando a lui, è una cosa davvero impressionante Ecco: io credo che questo sia il senso del patrimonio, oggi. L'idea renziana in questa visione non vede un primato della persona umana ma del mercato. La costituzione materiale di un Matteo Renzi è quella della J.P. Morgan. Luciano Gallino nel suo ultimo libro "Il colpo di Stato delle banche e dei governi" lo dice molto bene: questa comunità internazionale vorrebbe riscrivere una Costituzione comune mondiale di due soli articoli il cui primo dice "Lo Stato deve autodistruggersi" e il secondo è "Le banche e le finanziarie non devono avere limiti". Parafraso liberamente, ma questa cultura è esattamente l'opposto, cioè: svilire la persona umana e i suoi diritti in nome dei pieni diritti del mercato. La nostra Costituzione ha un progetto diverso. Capisco perché la J.P. Morgan dice che sono un ostacolo allo sviluppo dell'economia le Costituzioni nate dalla Resistenza nell'Europa Meridionale, così ha scritto; e credo che abbiamo una classe politica a destra e a sinistra, e Matteo Renzi è una perfetta sintesi delle due, che vuole obbedire al diktat della J.P. Morgan e modificare la nostra Costituzione in quel senso. In questa visione il patrimonio non è più la palestra dei diritti ma è il petrolio d'Italia, un giacimento da sfruttare, qualcosa da valorizzare. L'idea della valorizzazione è una cosa demenziale: siamo noi che valorizziamo Caravaggio, Giotto o l'Adige che scorre a Verona, o le Dolomiti, e non sono Caravaggio, Giotto e le Dolomiti che danno valore alla nostra vita. Questa idea ha a che fare con una verità molto banale potrei dire la banalità del male -: tutto questo serve a valorizzare chi organizza la valorizzazione. Federico Zeri diceva in modo quasi irripetibile ma assolutamente vero: "Le mostre e i Grandi Eventi" (oggi direbbe la valorizzazione) "sono come la merda: fa bene a chi la fa, non a chi la guarda". E questa è purtroppo la verità. Ivano Porpora
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30 Novembre 2013
La grande incompiuta
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Tomaso Montanari
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