Sono ovunque, nei musei, nelle soprintendenze, a presidiare scavi e siti archeologici, cercano i faldoni negli archivi, fanno ricerca nelle biblioteche, ma hanno contratti atipici, a volte devono fare fattura, altre volte creano società ad hoc per ottenere piccoli rimborsi. Il settore dei Beni culturali da almeno trent'anni è gestito così. Ma ora qualcuno inizia a ribellarsi ROMA - Le storie che si raccontano sono terribili. Tutte anonime. Ma si rincorrono, passano di bocca in bocca, trovano conferme e forniscono un quadro allarmante del precariato nel settore dei Beni culturali. Meglio: dentro le strutture del ministero per i Beni culturali. Come a dire che forme inconcepibili di illegalità vengono assicurate dentro l'apparato statale e in uno degli ambienti più pregiati di questo, dove si tutela e si valorizza il patrimonio culturale. Si racconta, per esempio, di un archivista al quale è caduto in testa da uno scaffale uno scatolone zeppo di documenti e che è stato portato fuori dall'edificio in cui stava compilando una schedatura. Qui un'ambulanza l'ha raccolto portandolo al pronto soccorso. Dieci giorni di prognosi. Non aveva assicurazione. Il suo contratto, uno dei mille nella categoria degli atipici, non prevedeva che frequentasse quegli uffici, dove invece andava regolarmente a svolgere un lavoro che doveva figurare come una prestazione da libero professionista, da consulente esterno. Ma a poco più di ottocento euro al mese. Da tre decenni. È un fenomeno che va avanti da almeno tre decenni e che interessa tutti gli ambiti del ministero, dove gli organici sono sempre più carenti, ormai invecchiati (55 anni la media d'età) e senza ricambio: gli archivi di Stato, le biblioteche, l'Istituto centrale per il catalogo, le soprintendenze, i musei, persino gli uffici amministrativi. Sono precari, con compensi di 7 o al massimo 8 euro l'ora, la gran parte degli archeologi che svolgono indagini per conto di ditte impegnate in opere pubbliche o anche semplicemente per realizzare scantinati o parcheggi sotterranei (il 90 per cento degli scavi che si fanno in Italia sono di questo tipo, ammise tempo fa il direttore generale delle Antichità presso il ministero, Luigi Malnati). E sono precari molti dei restauratori ingaggiati da imprese che realizzano interventi su edifici storici. Un mondo vasto, sommerso, composto prevalentemente da donne, di età fra i 35 e i 50 anni, che nessuno sa quanto sia consistente: secondo un sommario censimento realizzato nel 2008 (governo Prodi) i precari erano tremila, ora sarebbero scesi a un migliaio (senza contare archeologi e restauratori). Ma non perché siano stati regolarizzati, bensì a causa dei drammatici tagli dei governi Berlusconi che hanno mortificato i Beni culturali. Molte storie sono state raccolte dall'Associazione Bianchi Bandinelli che un anno fa ha organizzato un convegno sul precariato nei Beni culturali e che ora sta per dare alle stampe un dossier. Un lavoro essenziale. Non si sa quanti siano, ma si sa con certezza che sono essenziali: all'Archivio centrale dello Stato di Roma senza le quattro persone, dipendenti precari di una società cui è affidato l'appalto, che scendono nei depositi a prendere i faldoni con i documenti si rallenterebbe tutto il lavoro degli studiosi; quando a dicembre scadranno i contratti per le ricercatrici, precarie, che realizzano una banca dati per il Gabinetto fotografico nazionale, non si sa in che modo si andrà avanti; se non ci fossero stati due coraggiosi dipendenti precari da 35 anni, non sarebbe stata scoperta - l'ha raccontato lo storico dell'arte Tomaso Montanari - la tragica spoliazione della Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Precari sono impegnati nell'organizzazione di mostre, nella redazione di testi scientifici. O nelle istruttorie che precedono l'emissione di un vincolo. La più parte di essi ha non solo la laurea, ma un diploma di specializzazione, un dottorato, un master in Italia o all'estero. Per la loro formazione si è investito tanto, c'è un gran bisogno del loro lavoro e, ormai, della loro esperienza, il patrimonio italiano necessita di tutela, ma ciò che viene offerto è solo un impegno al di fuori di ogni regola. Il coraggio di denunciare. Per la prima volta, però, sono usciti allo scoperto. Sonja Moceri, Sara Parca e Simona Turco sono state ascoltate dalla commissione incaricata dal ministro Massimo Bray di modificare la struttura dei Beni culturali. E ai commissari, alcuni dei quali strabuzzavano gli occhi per la sorpresa, hanno raccontato che il 90 per cento dei contratti stipulati dal ministero sono atipici: co. co. co, partite Iva, a progetto, a prestazione occasionale, cessione di diritti d'autore (uno compila un inventario, ma lo si fa figurare come un articolo), fornitura di servizio, lettere d'incarico... Finito un contratto si passa a un altro, poi si vanno a cercare aziende che possano figurare come appaltanti di un servizio e delle quali far finta di essere dipendenti. Aziende alle quali lasciare una parte del misero compenso ricevuto. E si arriva persino ai dipendenti di società create ad hoc che rimborsano scontrini di bar. Moceri, Parca e Turco, tutte e tre sulla quarantina, alle spalle una decina di anni di contratti, lauree e specializzazioni con ottimi risultati, hanno avanzato la richiesta di un censimento che almeno dia la misura del fenomeno. Sempre meno soldi. I fondi scarseggiano e i contratti si riducono. Ora si ricorre sempre di più agli stagisti, giovani studenti neolaureati che svolgono periodi di lavoro e di formazione non retribuita. In teoria un corretto sistema di apprendistato, prima lo studio, poi la pratica in un museo, in un sito archeologico oppure per la schedatura del materiale. In pratica, spesso, un espediente per tappare buchi a costo zero. "La nostra paura è di essere abbandonati a noi stessi e che si disperda un patrimonio di conoscenze e di esperienze tagliando intere generazioni di lavoratori che oggi suppliscono alle necessità del ministero", hanno raccontato Sonja, Sara e Simona ai commissari. E il rischio è reale. Il decreto legge 101, approvato qualche mese fa, prevede misure per l'occupazione nel pubblico impiego, fra le quali punteggi e una riserva di metà dei posti per chi già lavora in una struttura con contratti a tempo determinato. Ed è qui la paura: di contratti a tempo determinato al ministero ce ne sono pochissimi. Resterebbero fuori dai benefici i contratti atipici. Ne arrivano altri 500. E non è tutto. Nella legge Valore cultura, fiore all'occhiello della gestione Bray, è previsto il reclutamento di 500 giovani, al massimo trentacinquenni, che svolgeranno per un anno lavori di catalogazione del patrimonio, in particolare nelle regioni meridionali (si dice che, fra le altre cose, censiranno gli edifici presenti nelle piazze). Compenso 5mila euro lordi, qualche centinaio di euro netti al mese. Ma in questo modo, sottolineano Sonja, Sara e Simona, "si taglia ancora una volta fuori la nostra generazione di mezzo e si rischia di creare ulteriori potenziali sacche di nuovo precariato". Saperi e competenze acquisite nel tempo e sul campo vengono dilapidate e si ricomincia tutto daccapo. E inoltre si fomenta "una triste guerra sotterranea fra poveri disoccupati maturi e giovani disoccupati".
la Repubblica
22 Novembre 2013
Un esercito di giovani precari a difesa del nostro patrimonio
FR
Francesco Erbani
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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