La soprintendente Acidini: "Soluzione a livello nazionale". Il padre provinciale "Non abbiamo deciso ma non ha senso tenere i frati in luoghi separati" Bray s'impegna in prima persona per evitare che la chiusura del Convento di San Marco porti con sé anche il blocco delle attività culturali del complesso che è uno dei più antichi e prestigiosi centri del misticismo in Europa. Sollecitato dal presidente della commissione cultura del Senato Andrea Marcucci, il ministro invia un tweet di risposta. "Chiederò al ministro dei Beni culturali Massimo Bray di intervenire presso l'ordine dei Domenicani per garantire la fruibilità del convento e della biblioteca di San Marco, a studiosi e visitatori. Si tratta di un bene culturale di primaria importanza che non può essere chiuso", scrive Marcucci. "E' un luogo simbolo della cultura umanistica", insiste il parlamentare del Pd, "nelle cui celle abitò Giorgio La Pira. Non so se la decisione sia irrevocabile ma in ogni caso, anche attraverso il ministero, va trovata una soluzione che assicuri l'apertura al pubblico del convento". Marcucci invia un tweet a Bray allegando l'articolo uscito ieri su Repubblica e chiedendogli di chiamare i frati Domenicani e poco dopo su Twitter arriva la risposta del ministro: "Lo farò", scrive Bray. Anche la soprintendente al Polo museale fiorentino Cristina Acidini è convinta che l'allarme vada scongiurato con uno sforzo collettivo delle istituzioni. "Capisco la razionalità di questa decisione che deve fare i conti con numeri in contrazione e con una diminuzione di risorse", dice Acidini. "Credo che sarà opportuno che l'Ordine domenicano, il Demanio e il ministero si incontrino per cercare soluzioni possibili a livello nazionale. Penso ad una sorta di permuta in cui l'Ordine possa recuperare spazi altrove e non allentare le attività che animano un complesso importante, strategico e centralissimo che interessa la città intera. Arte e fede si sono stratificati nei secoli in questo luogo straordinario e il museo non può essere isolato dal contesto". La notizia di una possibile riduzione dell'apertura del complesso ha già fatto partire una mobilitazione anche tra i fedeli che frequentano la chiesa, che vogliono organizzare una raccolta di firme. Di fronte a tante preoccupazioni getta acqua sul fuoco il padre provinciale dei domenicani, Aldo Tarquini: "L'ordine dei domenicani a Firenze ha due sedi, una a Santa Maria Novella e una a san Marco", spiega, "e visto il numero ridotto di frati ha stabilito che non sia più possibile far vivere i due nuclei in luoghi separati". Ma questo, precisa, "non significa che ci siano problemi per la cultura o la fede. Se i frati vivono tutti in una comunità, non significa che non possano continuare a prestare le loro opere dove sarà più necessario". Ma questo è il punto: cosa si farà delle attività di San Marco quando non ci vivrà più nessuno? "Non abbiamo ancora deciso nulla", dice Tarquini, che spiega soltanto che "ci sarà un periodo di tempo dedicato alla discussione con le comunità su come riorganizzare le varie attività e assegnare i ruoli ai frati, che a quel punto saranno dieci, i sei di Santa Maria Novella e i quattro di San Marco". Chissà, insomma, che di fronte alla levata di scudi generale, prima di ridurre le attività di San Marco a questo punto non ci si pensi davvero due volte. "Se davvero l'allontanamento dei frati domenicani dovesse compromettere le attività di San Marco, sarebbe un fatto di gravità assoluta" dice il responsabile dell'Ufficio cultura e università della diocesi Alfredo Jacopozzi. "La presenza fisica dentro il convento nel corso dei secoli ha significato per loro entrare a far parte del tessuto vivo della città". E insomma in casi del genere, secondo Jacopozzi, le ragioni delle spending review dovrebbero fare un passo indietro e tener conto invece "della forza simbolica dei luoghi, cercando tutte le soluzioni possibili".