La vita delle suore a Torino e dintorni, dalle Clarisse alle Carmelitane sono 143 in clausura. Nell'arcidiocesi i conventi sono tredici, di nove ordini o congregazioni differenti. "Solo Dios basta". Dio solo basta, scriveva in una poesia Teresa d'Avila, l'audace riformatrice della vita monastica di metà Cinquecento. Null'altro. Perché solo Dio si cerca dietro le grate, nei monasteri che le hanno ancora in uso, secondo la rigidissima "clausura pontificia". E anche in quelli che da qualche tempo l'hanno allentata, cercando di aprirsi all'esterno. Cercano Dio nell'annullamento di sé le monache che scelgono di "abbandonare il mondo" e di dedicarsi a tempo pieno all'unica "mission", quasi esclusiva, di un monastero di clausura: la preghiera e la meditazione. Preghiera che è silenzio, anche se il monastero è nel cuore della città, come a Torino: al Cottolengo, a Borgo Po, in lungo Dora Napoli, dove le "Figlie di Gesù Re", monache non vedenti, pregano a tutte le ore canoniche con il libro dell'Ufficio Divino vergato in caratteri braille. Non importa il frastuono della città, anche perché il silenzio è iscritto nella vita delle monache. Perché, scrive ancora la mistica spagnola, "se anche tutti i beni del mondo dovessero perire: Dio solo basta". Tenendo fuori dalla mappa un grande centro del monachesimo femminile contemporaneo come l'abbazia benedettina dell'isola di San Giulio d'Orta, che conta un'ottantina di monache, e fermandosi ai frastagliati confini dell'arcidiocesi di Torino, i chiostri del silenzio subalpini contano sulla presenza di 143 donne. Nascosta in alcuni casi dalle grate, visibile in altri durante le ore della preghiera comune in coro, questa presenza tutta al femminile si divide fra 13 monasteri di nove ordini o congregazioni religiose differenti. Tutti femminili, ché sembrerebbe non essere fatta per gli uomini del torinese la vita contemplativa. Cinque sono a Torino, altri sei si trovano alle porte del capoluogo: quattro a Moncalieri, due a Rivoli. E poi c'è il monastero delle Benedettine a Chieri, e quello delle Clarisse a Bra. Donne di tutte le età, più anziane che giovani, che hanno scelto "usque ad mortem", come recita la formula della professione perpetua, di dedicarsi alla preghiera. "Profonde motivazioni di fede e di spiritualità spingono alcune donne ad entrare in monastero", racconta don Sabino Frigato, vicario moniale, incaricato dal vescovo alla sorveglianza dei monasteri. "Non è una scelta facile - spiega - Servono motivazioni solidissime, senza le quali trovarsi a vivere in spazi limitati, per quanto possano essere fisicamente ampi, e a contatto con una comunità ristretta di persone, non sarebbe possibile". Probabilmente ci si sentirebbe in prigione. Invecchiamento e scarsità di vocazioni sono i mali che affliggono i monasteri, a Torino come altrove. Ogni comunità però è un caso a sé, e qualche eccezione esiste. Le Clarisse di Bra sono dieci, sei hanno meno di 40 anni. Quasi un record. La loro specialità è la produzione delle "particole", ossia le ostie usate per la celebrazione della messa, che vengono acquistate dalle parrocchie: arrivano da qui anche quelle usate alla Crocetta. Giovane anche la comunità claustrale delle Canonichesse di Rivoli: sono otto, età media 40 anni, tutte provenienti dalle Filippine tranne la badessa. Ritmi di vita secolari: si inizia con la sveglia alle 5, si finisce con la Compieta alle 22. Al lavoro sono dedicate cinque ore tra pollaio, orto, cucina, pulizie. Tra i monasteri più fiorenti esistono anche le aspiranti monache, chiamate "postulanti", oppure le novizie. A Moncalieri la recentissima fondazione delle Domenicane di Maria di Magdala è composta da sei monache e da una novizia. "Cerchiamo di vivere una fraternità intensa - racconta una di loro - Ricerchiamo insieme cosa vuole Dio per noi". È una casa molto aperta, soprattutto ai gruppi giovanili e a chi intende cimentarsi con la "lectio divina". Una postulante è con le Carmelitane di Cascine Vica, che contano nove claustrali, un'altra nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Moncalieri, dieci che si dedicano alle traduzioni. Torino conta su una presenza significativa di Cottolenghine, le monache volute dal Cottolengo che fondò in vita quattro monasteri di clausura, oltre all'ospedale, perché, diceva, "la preghiera è il primo e più importante lavoro della Piccola Casa". Una di queste comunità è il Carmelo di Cavoretto che conta ben 20 monache: producono ceramiche, icone, ceri, ricami. L'altra è celata dentro la Piccola casa di Borgo Dora, nel Monastero di San Giuseppe: voluta dal santo per raccogliere le ragazze che volevano riscattarsi dalla prostituzione, conta oggi dodici suore. Particolare poi il carisma delle Figlie di Gesù Re, fondate dal beato Boccardo nel 1884. Hanno come tratto comune la cecità: sono diciannove e vivono nel silenzio in lungo Dora Napoli, sono state le prime in Italia a usare l'alfabeto braille per i libri liturgici. Torino e i dintorni vantano poi alcune presenze storiche con le Carmelitane Scalze di Moncalieri, fondate dalla beata Maria degli Angeli nel 1703, e che oggi raccoglie 13 monache. E, sempre a Moncalieri, il Monastero della Visitazione, il più antico tra quelli ancora in vita: fu fondato nel 1638 in via XX Settembre da santa Giovanna Francesca de Chantal e san Francesco di Sales, si è trasferito sulla collina negli anni Settanta. Più recente la fondazione del Carmelo del Sacro Cuore di val San Martino: risale al 1897 e conta undici carmelitane scalze, tutte anziane, che però si dicono "desiderose di veder fiorire il loro giardino con nuove vocazioni". Poi l'altro monastero cittadino, quello delle Clarisse Cappuccine di Borgo Po, dieci monache che nello spirito di Francesco e di Chiara accolgono chi, in difficoltà, bussa alla porta: "La clausura - spiegano - non impedisce un dialogo vivo e partecipe con il mondo circostante".