Montanari: che errore pensare di affidare la cultura ai manager Il Bigio? «Con la Lega, il razzismo e la xenofobia delle vostre parti, non siete pronti per rimetterlo sul piedistallo». Lo statuto di Brescia Musei? «Uno choc». La Pinacoteca chiusa? «Incatenatevi al palazzo per farlo riaprire». Anche le sue parole sono pietre, come quelle nel titolo del suo ultimo pamphlet, Le pietre e il popolo (Minimum Fax), che ha presentato ieri allo Spazio Aref di piazza Loggia. Il libro inizia da Firenze. Seguono Venezia, Roma e i patrimoni artistici ridotti a luna park. Neanche un accenno per Brescia. «Non può ambire nemmeno alla sessantesima riga di un progetto nazionale sulla cultura. Miopia italiana: per noi i luoghi che contano sono tre. E basta» sbotta Tomaso Montanari, storico dell'arte, penna tagliente del Fatto Quotidiano, membro della commissione per la riforma del ministero per i Beni culturali. Proprio ieri il ministro è stato chiamato in causa sull'affaire-Bigio dall'onorevole Luigi Lacquaniti (Sel) che in un'interrogazione parlamentare chiede a Bray una soluzione alternativa a piazza Vittoria per «un simbolo del fascismo». Ma torniamo ai problemi generali della cultura italiana: «Al ministro Bray abbiamo dato 31 consigli, a fine anno se ne saprà di più» dice Montanari. Anticipazioni, poche: «Meno burocrazia, una formazione rigorosa per i funzionari di enti locali ed ecclesiastici, l'autonomia ai musei». Qui si sta ripensando allo statuto di Brescia Musei. «Lo so. L'assessore alla Cultura dice di guardare ai paradigmi di Venezia e Torino. Due modelli-choc: da quando il Museo Egizio è diretto da un manager, è uscito dal radar delle pubblicazioni scientifiche. Fuffa. Ma lei lo farebbe dirigere un liceo a un manager?». E lei lo riporterebbe, il Bigio in piazza Vittoria? «Le dirò: per la fine del suo esilio ci sono buone ragioni. Estetiche e architettoniche. Ma non è il momento: c'è ancora insofferenza verso il simbolo di una dottrina esecrabile. Sui muri della biblioteca di Firenze sono incisi fasci littori, eppure nessuno, dico nessuno, ha mai pensato di censurarli. Perché è sempre stata una città comunista, che ha esorcizzato il Regime. In Lombardia è diverso: la Lega al Pirellone, la xenofobia, il razzismo». Però presto avrà l'Expo. «Una buffonata. L'Italia non può aggrapparsi a eventi fugaci. Guardi le Olimpiadi di Torino: hanno lasciato il bilancio in rosso fuoco. Diceva Federico Zeri: "I grandi eventi sono come la m"». A proposito di grandeur: Brescia ha bandito le grandi mostre. Troppo costose. Al Corriere, Philippe Daverio ha proposto esposizioni light. Pochi quadri di spicco. Punto. «Le esposizioni di Goldin sono una lobotomia collettiva. Ma pure l'idea di Daverio, scusi. Il patrimonio non si valorizza con le cene di gala». Allora come? «Tessendo un nesso con la città. Negli anni Settanta si pensava alla museografia come a una panacea. Non funziona. Certo, la colpa è anche di noi storici dell'arte, che tendiamo ad avere un approccio didascalico con la cultura. Ci vuole un progetto condiviso». Qualche esempio? «Scuole nel museo. Concerti, conferenze, incontri pubblici. Lo spazio va recuperato per la città». Gli spazi, appunto. Mancano 8 milioni di euro per riaprire la Pinacoteca. «Un crimine. La Tosio Martinengo non vanta una collezione altisonante, vero. Però è un museo. Rapito. Gli studenti dovrebbero entrarci tutti i giorni, senza sborsare un centesimo». Con le alienazioni si potrebbero trovare i soldi per sistemarla, però. «Scherza? Le alienazioni sono come i maggiordomi che trafugano l'argenteria al padrone e poi la rivendono. Ma pensi se le avessero fatte nell'Ottocento, o dopo la Guerra. Siamo pazzi? I palazzi sono dei cittadini. Dei padri che li hanno pagati e di chi deve ancora nascere. Non possono vacillare in balia degli starnuti dello spread. Sa cosa dovreste fare con la Pinacoteca? Incatenarvi al palazzo fino a che lo riaprono».