Qualche volta, parlando di Astino, ti capita il bergamasco che confessa di non esserci mai stato. Per chi considera il monastero e la valletta il posto più bello di Bergamo, è incomprensibile. È come se un romano non fosse mai stato ai Fori imperiali, una cosa incredibile. Eppure che Astino non sia al centro dei pensieri della città è certo e lo dimostrano i decenni di incuria seguiti dall'ultima fase, quella dei progetti non realizzati.È la continuazione di una brutta storia. Per anni del monastero nessuno si era occupato, tranne i ladri di opere d'arte. Poi, come spesso accade in Italia, Astino è stato salvato a un passo dal disastro. I tetti stavano crollando. Così nel 2007 la Fondazione Mia, spalleggiata più moralmente che economicamente dall'amministrazione Bruni, ha acquistato da un gruppo di privati la Valdastino Srl e con essa il complesso religioso e i terreni circostanti. In quel momento il primo obiettivo era la messa in sicurezza della struttura, per evitare crolli e conservare al meglio mille anni di storia. Oggi i lavori su tetti e pareti esterne del monastero sono finiti ed è già un risultato importante, di cui la Mia porta il merito. Anche la chiesa del Santo Sepolcro è tornata alla sua antica bellezza, con tre anni di lavori e quattro milioni di euro da finanziatori pubblici e privati. Il cantiere ha però aperto squarci su una realtà dolorosa: Astino nasconde sotto i pavimenti, dietro gli intonaci, persino nel sottosuolo dei prati testimonianze di una storia più che millenaria che si può riportare alla luce e valorizzare solo in minima parte, in mancanza di risorse economiche. E le risorse economiche non arrivano, se non ci sono progetti precisi. Diventare sede dell'Adapt, la scuola per giuslavoristi fondata da Marco Biagi, idea oggi ad alto rischio di fallimento, avrebbe dato una funzione a parte dell'edificio e garantito entrate con gli affitti. Ma, dal 2007, quella della scuola è l'unica proposta concreta e non troppo invasiva per la delicata valletta (il trasferimento del Conservatorio, impossibile per ragioni economiche, venne bocciato anche per l'impatto del traffico). Michele Tiraboschi, rappresentante dell'Adapt in questa trattativa, è bergamasco, ma la scuola di Marco Biagi non lo è e così si può dire che dalla città non è mai arrivata una vera idea per la rinascita. Né risulta che ci sia stata da parte delle istituzioni locali la vigilanza necessaria per far sì che l'unico progetto concreto andasse in porto, con i risultati ora sotto gli occhi di tutti. Vero è che la grandezza del luogo è in parte la sua tragedia: è un posto bellissimo, che oggi meriterebbe di poter essere solo se stesso, un grande vecchio che accoglie e racconta la sua storia. Ma oggi questo non può bastare e, in fondo, i bergamaschi che non ci vanno hanno ragione su un punto: ad Astino da vedere c'è solo Astino. Servono idee e risorse per costruire attorno al monumento un futuro. E i vincoli ambientali e architettonici, che la Soprintendenza fa giustamente rispettare al millimetro, non possono essere una scusa perché la città dorma per altri decenni sul suo tesoro nascosto senza fare nulla.RIPRODUZIONE RISERVATA