Sabato scorso, su queste pagine, Bruno Tinti si è chiesto se visto che lo Stato non è capace di stroncare il traffico di droga, debellare la prostituzione, mantenere decentemente il patrimonio storico e artistico non sia il caso di legalizzare le prime due e di "vendere i siti archeologici, addossandone i costi della manutenzione agli acquirenti, invece che contemplare il loro degrado consolandosi con 'abbiamo fatto quello che abbiamo potuto'". Per la grande attenzione con cui leggo Tinti quando scrive di Giustizia vorrei provare a rispondergli, almeno sul patrimonio. Mentre nessun governo in nessun paese del mondo è mai riuscito a debellare davvero droga e prostituzione, l'Italia ha per secoli conservato, e in modo straordinariamente efficiente, il proprio patrimonio artistico. La cui esistenza non è frutto solo della nostra capacità di crearlo, ma anche della nostra capacità di tutelarlo. Se oggi siamo nella drammatica situazione ben descritta da Tinti è per colpa di persone che hanno un nome e un cognome: tutti i capi di governo (di ogni colore), i ministri dell'Economia e dei Beni culturali da trent'anni a questa parte. Berlusconi, Tremonti e Bondi hanno tagliato in un colpo solo (nel 2008) metà del bilancio dei Beni culturali: che oggi è attestato intorno a un miserabile miliardo di euro l'anno. Per avere un termine di confronto: ne spendiamo 26 per la Difesa, a cui aggiungere i 12 per gli F-35. E ricordo che l'evasione fiscale viaggia sui 150 miliardi l'anno. In Europa le cose stanno diversamente: la nostra spesa per la cultura equivale all'1,1 del Pil, mentre la media europea è esattamente il doppio, 2,2 . Se riuscissimo ad arrivare a 5 miliardi l'anno, avremmo un patrimonio mantenuto con lindore svizzero, e senza chiedere aiuto a nessuno speculatore privato. L'alternativa, scrive Tinti, è vendere tutto ai privati. Ma allora perché non fare altrettanto con la scuola, e con i tribunali (che non sono certo meno allo sfascio del patrimonio)? Vendiamo la prima al Cepu, appaltiamo i secondi all'Ordine degli avvocati: e obblighiamoli a emettere diplomi e sentenze con efficienza sconosciuta allo Stato. E visto il costo e l'inefficacia del Parlamento, ma perché non fare un grande albergo a Montecitorio e una spa a Palazzo Madama, appaltando la funzione legislativa alla Luiss, o alla Bocconi? Immagino che Bruno Tinti non sarebbe d'accordo. Perché? Per quella che nell'articolo chiama ideologia e demagogia: e che io chiamo Costituzione della Repubblica. In un'Italia distrutta dalla guerra mondiale e dilaniata da una guerra civile i costituenti seppero essere così lungimiranti da includere tra i princìpi fondamentali dell'Italia futura il paesaggio e l'arte: e non per farci qualche soldo, consumandoli (come avrebbe poi voluto la fatale dottrina del petrolio d'Italia, fiorita nei frivoli, e insieme plumbei, anni Ottanta), ma per farne, attraverso la ricerca e la conoscenza, uno strumento di costruzione di una comunità nuova. Con l'articolo 9 della Carta, l'arte del passato cambia funzione: dopo secoli in cui ha legittimato il dominio dei sovrani degli antichi Stati, essa ora rappresenta visibilmente la sovranità dei cittadini, consacrata dall'articolo 1. Ma perché la Repubblica nascente si impegnava a profondere denaro ed energia nel tutelare cose che oggi a molti sembrano ornamenti superflui, oppure vacche da mungere? Perché una tradizione secolare suggeriva che proprio l'arte e il paesaggio fossero leve potenti per "rimuovere gli ostacoli... all'eguaglianza" e permettere il "pieno sviluppo della persona umana" (come vuole l'articolo 3). Mai come oggi possiamo misurare la forza di questa idea: in un mondo, in un Occidente e in un'Italia sempre più dilaniati da una diseguaglianza profonda, la proprietà collettiva del paesaggio e del patrimonio artistico è un potente fattore di equità morale e sociale. Nessuno, nemmeno a sinistra, ha inteso il ministero per i Beni culturali come un ministero dei diritti. Alla sua nascita (1974) lo si è inteso come ministero del patrimonio, cioè delle "cose" da difendere; all'epoca di Veltroni lo si è voluto "delle attività culturali" (cioè dello svago e del tempo libero); il governo Letta l'ha reso anche del pubblico pagante del Turismo. Ma, almeno nei fatti, il ministero dei Beni culturali dovrebbe essere, invece, un ministero dei diritti della persona: come quello della Salute, come quello dell'Istruzione. Un ministero che lavori per garantire l'accesso di ogni cittadino al patrimonio: innanzitutto l'accesso materiale (gratuito), ma soprattutto quello conoscitivo, intellettuale, culturale. Insomma: che il patrimonio debba essere mantenuto con i soldi di tutti a causa della sua funzione civile, lo dice quella stessa Costituzione in nome della quale chiediamo, per esempio, che Berlusconi sconti la sua pena. Sono parti dello stesso progetto di civiltà: si salvano, o si perdono, insieme. Ansa