Svendere Venezia? Accettare la prospettiva di «svilupparla» come una Disneyland lucrosa? Dire di no a tutto? Lamentarsi senza capacità di intervenire? Venezia è giunta all'ultimo bivio e deve scegliere se restare una città o diventare solo una miniera d'oro. Che, come tutte le miniere, è beninteso esauribile. Ma ci sono idee decenti da proporre? E, anche, ci sono forze politiche che abbiano voglia di sostenerle? Credo che Venezia rappresenti in forma chiara e drammatica un problema di tutto il nostro Paese: andare verso un declino rassegnato e rancoroso (benchè per alcuni benestante) o tentare la strada dello sviluppo? Dopo la bocciatura della candidatura a capitale della Cultura, questi interrogativi hanno un sapore nuovo ma, per certi versi, si ripresenta oggi anche un dibattito eterno della nostra città: «Stato da mar» o «Stato da terra»? Innovazione, creatività, commercio, ruolo di snodo tra aree diversissime o integrazione con la Terraferma, la sua economia e la sua politica? La prospettiva che per comodità chiamerò «Stato da mar» è sostenuta da un Porto in grande espansione (e con la prospettiva del porto off-shore), da un aeroporto altrettanto in crescita, dalle potenzialità dell'Arsenale come luogo di innovazione scientifica e tecnologica sul tema del mare, dal futuro del sistema Mose che è un insieme di scienza e tecnologie suscettibile di enormi sviluppi (e ricadute economiche) e da istituzioni come la Biennale, intesa come luogo di aggregazione e di produzione artistica, non solo di esposizione. La prospettiva «Stato da terra» invece prende atto dell'interazione economica tra aree contigue, punta alla città metropolitana intesa come Pa-Tre-Ve, disegna un ruolo di «brand» per Venezia e tende a sviluppare e spalmare il turismo su aree ampie. So che, dette così, le cose sono troppo schematiche e che soluzioni intermedie sono possibili, ma i due poli del futuro di Venezia sono questi. Le implicazioni politiche sono notevolissime, sia a livello istituzionale sia a quello demografico, sia infine a quello democratico. La prima prospettiva implicherebbe infatti un ripensamento sulla «sovranità», ossia su una istituzione unica che possa governare tutta la laguna, città comprese: la situazione attuale che vede porto aeroporto Mose Arsenale Biennale e Comune andare ciascuno per conto proprio è francamente folle. Così come è dimostrato che la burocrazia romana non capisce (o non vuole capire) i problemi specifici veneziani. La seconda prospettiva (tipo Pa-Tre-Ve) implica uno spostamento di sovranità ad un territorio più ampio, del quale Venezia sarebbe una parte pregiata ma minoritaria. Ma a Venezia il problema è anche demografico: la prospettiva «stato da mar» implica incentivare l'impianto di aziende e cittadini altamente qualificati, investendo molto su ricerca, innovazione, tecnologia sia in campo scientifico sia in campo artistico (che sono più collegati di quel che sembra) e su scambi fertili. L'altra prospettiva implica invece una politica di garanzia-assistenza alla popolazione residua perché, ovviamente, sotto una certa quota (attorno ai 40.000 residenti effettivi) non solo la città è morta ma è anche indifendibile, come testimonia già ora il peggioramento della vivibilità e il diffondersi di piccolo vandalismo. Le classi dirigenti politiche sono all'altezza di queste sfide? Meglio pensarci, perché il lasciar fare vorrebbe dire solo favorire il peggio, il caos.
Venezia, due poli per il futuro
Venezia è al bivio tra due prospettive: svilupparsi come una Disneyland lucrosa o mantenere la sua identità come città. La prospettiva "Stato da mar" è sostenuta da un Porto in espansione, un aeroporto in crescita e potenzialità dell'Arsenale come luogo di innovazione scientifica e tecnologica. L'altra prospettiva, "Stato da terra", punta all'interazione economica tra aree contigue e tende a sviluppare il turismo su aree ampie. Le implicazioni politiche sono notevolissime, sia a livello istituzionale che demografico e democratico.
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