L'Ultima cena di Leonardo fotograficamente modificata per pubblicizzare un'agenzia di scommesse. Oppure la Gioconda affiancata da un giovane leonardesco per reclamizzare un sito per incontri amorosi. Riprende questi capolavori sfruttati per vendere merci Io sono un mito. I capolavori dell'arte che sono diventati icone, un volumecurioso e utile. Ma dove, a un artista di fama come Cattelan che interpreta il merchandising come segno positivo di una popolarità conclamata, viene da rispondere con le parole di un Settis per il quale non tutto va piegato al dio mercato e al dio denaro. Per la dignità di noi esseri umani e pensanti ancor prima che per le opere d'arte. Firmano il libro Francesca Bonazzoli, giornalista del Corriere della Sera e saggista, e Michele Robecchi, direttore d'una collana di monografie d'arte per la Phaidon Press, docente, ex-capo redattore di Flash Art International. Il volume raccoglie trenta opere diventate riconoscibili da tutti in tutto il mondo e, per questo citate, ipercitate, talvolta usate per cause nobili, per campagne d'opinione, spesso sfruttate invece per far quattrini e pubblicità. La carrellata passa dal Discobolo di Mirone alla Venere di Milo, dalla Venere botticelliana e al dito di Dio di Michelangelo che crea Adamo nella Cappella Sistina. Guadagna un posto a sé la ragazza con l'orecchino di Vermeer, diventata una star-feticcio grazie a un libro, a un film, ai mass media, per poi vedere le variazioni su un'opera politica come la "Libertà che guida il popolo" di Delacroix, su "Le déjeuner sur l 'herbe" di Manet al "Bacio" di Klimt, fino a "Guernica" di Picasso, alla Marilyn Monroe di Warhol. Manca un artista acchiappa-pubblico quale Caravaggio e Bonazzoli spiega: è lui una star nella cultura pop, non una sua opera però. Francesca Bonazzoli inquadra efficacemente gli ingredienti di un fenomeno cui ha dato l'impulso decisivo la possibilità tecnologica di riprodurre in larga scala immagini: foto, manifesti giganti, cinema, tv, tutto cambia e tutto frulla. Perché un'opera diventi un'icona incide anche il luogo trova. "Nella contemporanea "religione dei consumi", come l'ha definita George Ritzer, i musei sono i templi delle icone della storia dell'arte", annota la giornalista d'arte. Incide pure la collocazione: la Nike di Samotracia in cima alla scalinata del Louvre è da effetto speciale, tanto che viene "citata in modo subliminale nella scena clou e nella locandina del film Titanic dove Leonardo di Caprio e Kate Winslet appaiono a prua del transatlantico controvento". Se poi l'opera provoca scandalo, tanto di guadagnato, come la Maja desnuda di Goya diventata icona perché lì la Venere nuda passa "da immagine classica a immagine vera, con tanto di peli pubici e di nome che identifica la modella". Nella sua prefazione Maurizio Cattelan elogia questa sorte pensando di far arrabbiare storici dell'arte e mondo accademico. "Forse non tutti gli artisti presenti in questo libro sarebbero orgogliosi di vedere la propria opera riprodotta su tazze e pantofole, ma in fondo è così che si sono conquistati l'eternità. La società di massa ha adottato quei capolavori e li ha trasformati in campagne pubblicitarie e merchandising. Così sono diventati familiari: un patrimonio pubblico e quotidiano". Se Cattelan, che è un artista di genio e un promotore di se stesso altrettanto geniale, avesse criticato questa tendenza avrebbe sorpreso. Ma il boccone da digerire non è affatto la massificazione, tanto meno in un'epoca in cui la stragrande maggioranza di noi è cresciuta tra rock, pop, cinema eo tv. È invece quell'elevare il merchandising a un dio in giudicabile e infallibile che delude. Lo ha contestato alla perfezione una lettera uscita su Repubblica di Salvatore Settis su tutt'altro argomento, ovvero contro il progetto di una torre-ascensore pro-turisti a fianco del Duomo di Milano (CLICCA QUI PER LEGGERE IL TESTO). L'archeologo e storico dell'arte, temendo che ogni chiesa e cattedrale possa piegarsi alla dittatura dei ricavi aprendo bar persino sui tetti, domanda al cardinal Scola: "Dobbiamo forse suggellare per sempre, perfino nelle chiese, l'idea che il denaro è l'unico valore corrente?" Settis parla dei monumenti d'Italia. Ma il principio, lo si intende facilmente, vale anche per il David di Michelangelo di cui "Io sono un mito" documenta un uso d'immagine per smerciare abiti variopinti. Io sono un mito. I capolavori dell'arte che sono diventati icone del nostro tempo di Francesca Bonazzoli, Michele Robecchi, prefazione di Maurizio Cattelan Milano, Electa, 144 pagine, 175 ill. 19,90 euro