Bucato ed escrementi sotto le logge di Brunelleschi. Il simbolo della perfetta armonia architettonica vive del suo stesso abbandono É grande la famiglia di Maria. E lo diventa sempre di più. Ogni anno si allarga, arrivano nuovi nipoti, cugini, sorelle, a volte la vecchia madre un po' acciaccata, d'estate la figlia adolescente che è libera dagli impegni scolastici. Sono almeno dieci anni che Maria e suo marito si sono stabiliti a Firenze, la loro casa è una piazza, quella della Santissima Annunziata, ci abitano da settembre a Natale e poi ancora da aprile a luglio. Intorno a loro, una sorta di capostipiti della comunità rom del centro storico, decine di parenti, amici, vicini di casa della Romania che li hanno seguiti nel tempo nei loro pellegrinaggi in Toscana. Qui hanno costruito un habitat perfetto, di giorno chiedono l'elemosina tra il Duomo, Sant'Ambrogio e via dè Servi, di pomeriggio quando piove o fa freddo stazionano nel cortile della chiesa e di notte dormono sotto il loggiato dell'istituto degli Innocenti. Alle otto di sera sono già tutti sdraiati, qualcuno un po' bevuto, sui cartoni raccattati al supermercato Conad e avvolti nelle coperte regalate da qualche residente solidale o dai volontari della mensa dei poveri che serve il pranzo sul lato della piazza dove si affaccia l'hotel Loggiato dei Serviti. Una micropopolazione composta da adulti, ragazzi non ancora maggiorenni, giovanissime donne spesso incinte, un paio di anziane che ancora si fanno le treccine annodate sulla testa. E' un gruppo stanziale, conosciuto, decifrabile. Che esplica ogni funzione vitale all'aria aperta. Nella piazza i rom mangiano lasciando piatti e bottiglie per terra (benché ci siano quattro cassonetti per i rifiuti indifferenziati e due campane per la raccolta di plastica e vetro), ai bordi della piazza dormono, nelle fontane di Pietro Tacca d'estate lavano i vestiti e li stendono sul parapetto del monumento equestre a Ferdinando I, intorno alla piazza fanno i loro bisogni corporali. Ci sono escrementi in via dei Fibbiai, in piazza Brunelleschi, accanto al cantiere del museo Archeologico tra via Laura e via Gino Capponi. I gestori della libreria dell'usato in via Laura ogni mattina sono costretti a rimuovere le feci di fronte al negozio, chiamano il Quadrifoglio e qualche volta i vigili urbani per mostrare in che condizioni sia ridotta la zona. Quando la soglia di sopportazione raggiunge il livello di guardia, il Comune e la questura sguinzagliano i pattuglioni notturni che costringono i rom ad andarsene a dormire altrove. Dopo qualche giorno tutto torna come prima, l'accampamento si riforma e lo spacciatore storico che staziona all'angolo tra la piazza e via dè Servi - quello che ha imparato a dire la parola "erba" in tutte le lingue del mondo - alza le spalle rassegnato e infastidito per la poco gradita coabitazione. Maria e suo marito di tanto alternano la questua all'attività di strilloni, vendono "Fuori Binario", la rivista dei senzatetto che ha pubblicato qualche articolo con le loro foto. Per lo più chiedono soldi, Maria ha ormai una sua "clientela fissa" e potrebbe aprire una scuola di accattonaggio grazie all'esperienza accumulata. Nonostante la lunga frequentazione con Firenze ancora parla malissimo l'italiano ma è maestra nella tecnica ispirata al motto latino gutta cavat lapidem, nel senso che non molla la "preda" fino a quando non è riuscita a farsi dare qualche soldo. Chiede continuamente roba da vestire, zaini, borse, scarpe, calzini ma poi chissà perché butta via un sacco di cose, non nel cassonetto ma direttamente sul marciapiede. La selezioni privilegia le ciabatte e scarta lo scarponcino chiuso, le gonne larghe vanno meglio dei pantaloni, i maglioni sono preferiti alle giacche. I residenti si dividono tra quelli che cercano di aiutare in qualche modo i rom a tirare avanti e quelli che fanno finta di non vederli e vorrebbero liberarsi della loro presenza. La piazza, bellissima, che Brunelleschi creò perché diventasse il simbolo della perfetta armonia architettonica non riesce a trovare una via d'uscita e vive del suo stesso abbandono.