FABRIZIO Vona, storico dell' arte e soprintendente del Polo Museale, ha commesso un errore. Ma quanto grave? A leggere le gazzette locali che riportano i commenti scandalizzati di autorevoli intellettuali, se non parlassero anche le immagini, si sarebbe portati a credere che abbia sfregiato una delle opere d' arte affidate alla sua tutela. Non è così, proprio per niente, ma questo è il messaggio indirizzato all' opinione pubblica. altro canto, benché possa piacere a tanti - e io sono tra questi - l' idea che qualcuno coltivi la terra su un terrazzo cittadino altrimenti vuoto e sconsolato, si deve ammettere che il gabbiotto in legno e rete metallica a protezione del piccolo orto impiantato sulla Certosa, come appare in fotografia, non offre un bel vedere. Si fosse consigliato con un architetto per fare qualcosa di meglio, magari lo storico dell' arte Vona avrebbe scoperto che lassù una qualsiasi copertura crea volume e dunque abuso. Perciò concordo che sarà doveroso smontare quell' accrocco, fosse solo per dimostrare al turista detective inventato dai giornali che Napoli è una città che, se finge di credere alle favole, non scherza nel sostenere l' arte ed è inflessibile nel combattere ogni minima illegalità. In mezz' ora di lavoro quel terrazzo della Certosa tornerà come prima. Fabrizio Vona, invece, non sarà mai più quello di prima. La sua reputazione ha subito un danno: e non tanto per quel che ha fatto, ma per come è stato raccontato e commentato. Anche nel suo caso si sta applicando il famigerato metodo Boffo? Direi che qui se ne è vista in azione la variante dialettale, molto napoletana, che è il metodo "abboffo". Si prende un' informazione che, con ogni evidenza, è uno spiffero proveniente dalle stanze più o meno periferiche della soprintendenza. Qualcuno ci soffia su fino a spingerla nell' otre giudiziario, perché ne esca rinvigorita come il vento impetuoso di un bel provvedimento della Procura. A quel punto, la notizia è una bolla molto, troppo gonfia, pronta a esplodere. La sua sostanza - 10 metri quadrati di fil di ferro che si cancellano con una cesoia - non conta più nulla. La verità del fatto deflagra e si spezza in cento parti. Le lingue s' imbrogliano. Comincia la corsa al commento e al commento del commento. Il vento diventa tempesta. Il Tg1 nei titoli di testa quasi lo scambia per il tifone delle Filippine. Che a Napoli tiri aria molto brutta per Vona è sancito in via definitiva dalla condanna del censore mediatico Tomaso Montanari, l' alter ego di Sgarbi nella difesa dell' idea storicistica di una presunta arte maestra di vita: per il popolo incolto, secondo il fiorentino conservatore e sinistroide; per l' individuo colto, secondo il ferrarese reazionario ed estetizzante. Insomma, la storia dell' orto sulla Certosa ha aperto una ferita nel cuore delle istituzioni culturali impersonate dai suoi funzionari più in vista, i cui comportamenti burocratici sono spesso percepiti come ostativi al libero dispiegamento dell' iniziativa privata, alcune volte legittima altre molto meno. Il metodo "abboffo" infatti soffia sempre sul fuoco delle antipatie popolari. In certi casi napoletani per spingere le fiamme contro chi ha un potere contendibile perché solo apparente. E sospetto che quello del soprintendente Vona, sballottato tra Napoli e Bari, lo sia particolarmente. Il potere reale reagisce e fa male, se attaccato; è blindato dalle convenienze degli amici e dei cortigiani e non lascia passare nemmeno uno spiffero.