Le buone regole della ricerca storica valgono anche per la lettura della microstoria contemporanea. Per comprendere fino in fondo lo «scoop» del Mattino sul gabbiotto ortofrutticolo abusivo del soprintendente Fabrizio Vona (9 novembre) è necessario essere al corrente del contesto immediato. Il 6 novembre lo stesso giornale aveva pubblicato un duro affondo di Antonio Galdo al ministro dei Beni culturali Massimo Bray, «reo» di voler imporre alla guida di Pompei un funzionario del suo stesso ministero. La soluzione caldeggiata dal quotidiano era molto diversa: un manager di un grande gruppo bancario, proveniente dalla carriera diplomatica. Il Mattino, per non bruciarlo, non ne faceva il nome: quello stesso giorno, tuttavia, svelato dal Sole-24 Ore, che informava trattarsi di Giuseppe Scognamiglio, vicepresidente di Unicredit. Il giorno successivo il nome, e soprattutto il metodo, vennero clamorosamente bocciati in stereo da Repubblica con Salvatore Settis e dal Corriere della Sera con Gian Antonio Stella. Identico l'argomento: per Pompei ci vuole un tecnico dell'archeologia, del territorio, del tessuto sociale non un tecnico del potere. L'8 Il Mattino tentò di rispondere (ancora per firma di Galdo) con un attacco quasi personale al solo Settis, mentre Stella e la prima pagina del Corriere venivano «dimenticati». Curiosamente, ma non troppo: visto che l'obiettivo della critica era un presunto corporativismo dei tecnici dei beni culturali (difficilmente addebitabile al giornalista di via Solferino). Ed eccoci al 9: quando il provvidenziale gazebo agricolo consente di accostare un fatto (ancorché piccolo) al teorema sull'inaffidabilità degli uomini del Mibac. È solo questo contesto che consente di spiegare l'enfasi spesa nei confronti di Vona: un'enfasi che cercai invano sulle stesse colonne ai tempi della «battaglia» dei Girolamini, quando l'incomparabile direttore-ladro godette anzi di indulgenza e sostegno. Questo vuol dire che l'abuso certosino è irrilvante, trascurabile, veniale? Assolutamente no. Per quanto effimera, quella modesta kaaba agreste sta dove non deve stare: perché sta sui tetti sacerrimi di San Martino e perché sta in casa del soprintendente della città capitale dell'abusivismo. Ad esserne ferita a morte non è la Certosa: è la credibilità di un ufficio di capitale importanza per la vita di Napoli. Con quale faccia il soprintendente «fratello» Giorgio Cozzolino potrebbe, per esempio, continuare la sua sacrosanta guerra contro gli abusi di ogni taglia e ogni provenienza (si pensi all'ex Eremo di Capodimonte, per rimanere alla cronaca di questi giorni), se al medico Mibac si potesse rispondere, e a ragione, «cura te stesso»? Ovunque, ma in Italia più che ovunque e a Napoli in modo speciale, chi per mestiere deve far rispettare la legge deve essere irreprensibile: è la più elementare delle regole del gioco. È per questo che, con grande tristezza e con ogni umana comprensione, non si può che invitare Fabrizio Vona a trarre egli stesso le inevitabili conseguenze.