Se con una singola storia volessi raccontare la deriva dell'Italia di oggi a un marziano, forse non ne troverei una migliore di quella, pazzesca, della torre-che-non-c'è, quella che l'anziano stilista trevigiano Pietro Cardin (famoso a Parigi come Pierre) avrebbe voluto conficcare ai bordi della Laguna di Venezia. Sarebbe stato l'edificio più alto d'Italia (250 metri), e avrebbe modificato per sempre l'immagine, e probabilmente anche il destino, della città più fragile e affascinante del mondo: ma dopo aver seminato panico, entusiasmo e polemiche il fantasma della torre si è dissolto, rivelandosi un bluff non meno colossale. Ora Stefano Boato, professore di Urbanistica allo Iuav, ripercorre puntualmente la vicenda in un utile libretto ("Giù dalla torre") appena uscito nella collana "Occhi aperti su Venezia", pubblicata da Corte del Fontego, che è un vero presidio civico. Nella primavera del 2012 la Torre catalizza le Larghe Intese anche in Laguna, riuscendo a essere dichiarata di interesse pubblico sia dalla Regione Veneto (Lega) sia dal Comune (Pd): senza un piano finanziario, senza che le aree siano proprietà di Cardin. A luglio arriva il parere negativo dell'Enac: il birillo è così alto da mettere in serio pericolo i voli del Marco Polo. Ma solo a novembre una enorme pressione politica indurrà l'ente a rimangiarsi il no, e a dare luce verde. Si oppone strenuamente Italia Nostra, Vittorio Gregotti definisce la torre "un'enorme porcata", Franco Miracco la martella dai giornali veneti, Settis la affonda su"Repubblica" e anche il "Fatto"fa la sua parte.Un anno fa il Mibac fa notare che un vincolo impedisce di costruire la Torre: ma il sindaco Orsoni minaccia di impugnarlo (e ci sarebbe mancato solo questo!). Ma i colpi di scena non sono finiti: quello decisivo arriva dallo stesso Cardin, che dopo aver fatto capire che avrebbe sborsato due miliardi e mezzo di euro senza rivolgersi alle banche, a dicembre non riesce a trovare nemmeno 20 milioni per comprare i terreni. Sipario: fine ingloriosa della sceneggiata. E la liberazione dalla Torre-che-non-c'è ha una morale positiva, nelle parole di Boato: "Possiamo riprendere il filo, promuovere nuovi valori e disegni urbani realmente compatibili con il contesto e vivibili". È l'unica possibilità: o sarà Venezia a non esserci più.