L'architetto: gli ultimi 50 anni sono stati un disastro Il silenzio della città ha dato spazio alla speculazione NAPOLI «L'armonia perduta? È quella che aveva Napoli fino a cinquant'anni fa. Poi è avvenuta la devastazione della città, che ha posto fine a un raro miracolo di equilibrio tra le forme della natura e le forme umane». Il giudizio di Francesco Venezia è di quelli che pesano. L'architetto napoletano, progettista di importanti edifici soprattutto all'estero, dalla città non si è mai spostato in via definitiva, pur essendo docente all'Università di Venezia e nonostante i tanti riconoscimenti che gli sono arrivati da fuori. A Napoli Venezia è legato, tanto da lanciarsi in una appassionata analisi dei guasti urbanistici dell'ultimo mezzo secolo. Come guida ideale, l'architetto sceglie Italo Calvino: «Quando lo scrittore stava lavorando alle Lezioni americane gli chiesero cosa lo preoccupasse di più del terzo millennio. E lui rispose: la perdita di forma. Un giudizio singolare ma assai significativo. E Napoli era proprio un capolavoro della forma che in cinquant'anni è stata assalita e messa in crisi. Schematizzando, potremmo dire che il disastro è avvenuto in quattro tempi». Qual è il primo, professore? «Naturalmente quello stigmatizzato da Rosi, ne Le mani sulla città. I primi anni Sessanta furono l'epoca dell'assalto al paesaggio collinare, con la trasformazione del panorama in merce e il territorio ricoperto da edilizia scadente. Mi piace ricordare anche la splendida colonna sonora del film, firmata da Piccioni, che sarebbe attuale ancora oggi, così come la figura del costruttore Nottola. I personaggi dei due politici sono legati alla contingenza dell'epoca, riflettono lo scontro tra destra e sinistra che ormai non esiste più. Ma il vero personaggio universale è proprio Nottola, interpretato non a caso dal divo internazionale Rod Steiger. Il metodo Nottola continua ad essere presente nelle grandi trasformazioni urbane. Ma alla speculazione privata si è sostituita l'opera di pubblica utilità. Che però non può invitare all'omertà. Non si può devastare un paesaggio, sia pure per realizzare un'autostrada». Risale agli anni Settanta Ottanta quello che secondo lei è il nuovo grande oltraggio a Napoli. «Sì, parliamo del centro direzionale, che ha devastato l'orizzonte più bello del pianeta. Una volta potevamo godere di un panorama in cui il centro antico si stagliava sul fondale del mare. Oggi si è interposta a quella vista un'accozzaglia di edifici, alcuni belli altri molto meno, che determinano un'obliterazione violenta di un panorama straordinario. Tra l'altro il centro direzionale è un'opera anacronistica, avrebbe avuto senso negli anni Cinquanta forse, ma non nell'epoca digitale. Oggi quell'opera di Kenzo Tange è un ferro vecchio». Professore, non teme di essere classificato come antimodernista? «Assolutamente no, sono aperto al contemporaneo in tutte le sue forme. Anche in un centro antico possono essere inseriti elementi nuovi, ma con dei criteri di funzionalità ed estetica ben rigorosi. Invece purtroppo Napoli ha dimostrato l'incapacità totale di amministrare i necessari ammodernamenti e le trasformazioni della città. Le case negli anni Cinquanta servivano, ma questo non giustifica il fatto che in via Orazio siano stati tagliati di netto banchi di collina». Veniamo al terzo tempo della devastazione. «Si tratta di via Marina. Nonostante la presenza di un piano particolareggiato è stata distrutta, su parziali macerie della guerra, la possibilità di realizzare un grande fronte sul mare. Si è persa l'occasione di fare una grande palazzata sul porto, come in quegli anni è avvenuto altrove con ottimi risultati. E palazzo Ottieri non è la cosa peggiore: almeno è un edificio di verità, non nasconde la propria infima natura». Eccoci ai giorni nostri. «Con i guai della metropolitana. Innanzitutto c'è da fare una premessa: la metropolitana, sebbene realizzata a Napoli con ritardo, non è un'opera anacronistica, mantiene la sua utilità per dare una necessaria risposta al movimento della città. Dunque sul progetto il mio giudizio è positivo. Anche se non condivido il fatto che le stazioni costituiscano una costellazione di eventi differenti tra loro. Avrei preferito che la metropolitana, essendo un sistema, avesse un modello unitario. Né mi piace che le stazioni diventino macchine per eccitare i sensi. Se prendo la metropolitana il mio obiettivo è quello di raggiungere un determinato punto con efficienza. Dunque è necessario rendere chiaro il movimento, con una giusta segnaletica e una certa eleganza del design che una volta in Italia era un'arma molto forte. Si è scelta un'altra strada, quella delle stazioni d'arte. Benissimo, ma si pone però il problema di durata dell'immagine. Se l'architetto diventa equivalente a uno stilista la sua opera sarà soggetta all'usura del tempo molto più in fretta, passerà di moda. Le stazioni si devono ''indossare" per almeno 30 o 40 anni. Meglio dunque coltivare gli aspetti di perennità dello stile che non la capricciosità. Ma questi sono tutti peccati veniali, ben più gravi sono tre episodi specifici: la distruzione della Villa Comunale, di Santa Maria degli Angeli e di piazza Garibaldi». Che cosa è accaduto in Villa Comunale? «Le opere improvvide della metropolitana e della linea ferroviaria hanno intercettato le linee d'acqua della Riviera di Chiaia. A parte l'episodio eclatante del crollo, stiamo assistendo all'agonia della Villa Comunale. Quando sarà morta, diventerà legittimo il restyling di via Caracciolo. Trovo orrenda questa parola: come si fa a parlare di nuovo stile in casi come questo, quando la preesistenza storica è perfetta? Come ha fatto Mendini a pensare di costruire quegli chalet nella Villa, a confronto con gli edifici storici, con le statue neoclassiche e con il giardino storico?». Ma i palazzi della Riviera sono davvero a rischio? «Ritengo di sì, lo dimostra il fatto che il palazzo crollato, che era solidissimo, si trovava all'angolo dell'Arco Mirelli, dove anticamente passava una via d'acqua naturale. Di questi canaloni ce ne sono diversi lungo la Riviera. Per esempio all'altezza dei Gradini Amedeo. Vorrei sbagliarmi ma temo che la linea sulla Riviera di Chiaia produrrà per accumulo d'acqua altri problemi, da San Pasquale a Piazza Vittoria. Del resto la bellezza di Napoli fin dall'antichità è stata proprio questa: la presenza di una serie di acque dolci che arrivano direttamente sulla spiaggia. Per i Greci questo rendeva il luogo urbanizzabile. Insomma, la Villa Comunale è un capitolo vergognoso della recente storia di Napoli: le proteste sono state assai blande ed è stata consentita la devastazione di un patrimonio storico ambientale e architettonico importante». E a Santa Maria degli Angeli? «A che serve quell'orrenda voragine? A realizzare una metropolitana per un numero di utenti bassissimo, laddove si poteva rafforzare un sistema di ascensori e scale già esistenti. Poteva essere quella la fonte d'ispirazione per una innovazione tecnologica, senza espiantare 50 mila metri cubi di terreno. Tra l'altro si tratta di un terreno consacrato dalla stratigrafia storica della città di Napoli, dall'epoca preistorica a quella greca, e così via. Non sono un fondamentalista, si può perfino distruggere la memoria storica, ma devo averne un risarcimento straordinario di utilità e bellezza. E se la contropartita non c'è? Viene il sospetto che le cose debbano per forza costare tanto. Facendo leva sul principio della pubblica utilità, che diventa alibi per lo spreco delle risorse. Venti metri più giù c'è il Ponte di Chiaia, piccolo gioiello dell'architettura neoclassica. È avvolto da una rete che raccoglie mestamente frammenti che si staccano via via dall'arco. Ma non si potrebbe utilizzare una piccola percentuale dei soldi che la voragine ingoia e destinarla al restauro del ponte? Nottola non è uscito mai di scena. Basti pensare al cinismo con cui sono stati tagliati i pini di piazza Santa Maria degli Angeli. Che cosa è avvenuto a Napoli perché tutto ciò passasse sotto silenzio? Anzi, addirittura venisse accettato?». Infine, piazza Garibaldi. «Presto detto: bisognerebbe disporre subito lo smantellamento di quel groviglio informe, di quella porcheria low tech che sta massacrando la piazza. Un intervento del tutto privo di forma, che porrà senz'altro problemi di manutenzione enormi, impossibili da risolvere in una città come Napoli. Il livello costruttivo è molto scadente, non è una bizzarria formale realizzata con alta qualità tecnologica. E per aggiunta si sta realizzando anacronisticamente una galleria commerciale, proprio mentre il commercio tutto intorno langue o muore».