L' idea di città ha sempre avuto nel secondo Novecento bresciano un percorso contraddittorio, alternando fasi di spontaneità a tentativi di razionalità, di progettualità complessiva. Padre Marcolini, con l'aiuto di Bruno Boni, risolse in maniera innovativa, e meritoria, il problema casa dei bresciani, collocando tuttavia i suoi villaggi secondo la disponibilità dei terreni, non secondo una pianificazione del territori. Poi venne la stagione di Luigi Bazoli e Leonardo Benevolo che misero un freno alla crescita disordinata e inventarono S. Polo, il nuovo quartiere di espansione, contestato, e non solo per le torri, mai completato nel parco di collegamento con la città storica, ma frutto, lo si ami o meno, di un progetto pensato. Successivamente Bernardo Secchi, urbanista, disegnò lo sviluppo lungo un ring esterno, contro la metropolitana. Adesso il «metro» è la linea obbligata di una città dell'hinterland, della Grande Brescia che unisce territori ormai sfrangiati e senza soluzione di continuità. Ma in tutto ciò il perno, l'identità, il luogo della memoria, da cui si irradia ogni scelta di indirizzo è e rimane il centro storico che Alessandro Benevolo, architetto, in un saggio pubblicato sull'ultimo numero di Città dintorni, definisce «cantiere ideale», aggiungendovi un punto interrogativo. Sul centro storico, scrive, da trent'anni incombe una specie di maledizione: è «una zona franca, senza regola per gli edifici antichi, senza prospettive di recupero per gli edifici moderni, senza un progetto di sistemazione di tutti i suoi spazi liberi». Benevolo riflette intorno ad un convegno di qualche mese fa che, su sollecitazione di Nicola Rocchi e Sandro Belli, elencò le tante occasioni irrisolte del centro storico. Il Cidneo, il Capitolium, il teatro romano, via Musei, i magazzini del grano, San Clemente, piazza Rovetta, largo Formentone, il Musil, i Bastioni San Marco e il trasferimento del carcere. E poi i nuovi contenitori liberati dallo Stato: l'ex tribunale, la Corte d'appello (dove in questi giorni ha aperto sede l'Ordine degli architetti), le caserme Gnutti, Ottaviani e Goito, Randaccio, e poi la Crocera di S. Luca, l'ex Poliambulanza, il Fatebenefratelli, palazzo Maggi, palazzo Avogadro. Senza dire delle aree industriali dismesse. Insomma c'è materia abbondante per aprire un cantiere. Un cantiere anzitutto di idee. Capire l'evoluzione del centro storico, della sua periodica trasformazione funzionale è il paradigma necessario per capire il futuro della città. Definire una «cornice» dentro cui progettare e ove possibile, in un patto pubblico-privato, «cantierizzare» ogni singola occasione sarebbe il modo più intelligente per ridare a Brescia un'anima con cui affrontare il futuro che incombe, e ridare all'economia edilizia una opportunità di dimensioni colossali. Del resto, dice Mario Botta, la capacità di «densificare», di riportare piena la vita nei centri storici, è il solo futuro delle città antiche come la nostra.
Brescia. Centro storico grande cantiere
Il centro storico di Brescia è stato oggetto di diverse fasi di sviluppo e trasformazione nel corso del Novecento. Padre Marcolini e Bruno Boni hanno cercato di risolvere il problema della casa dei bresciani, ma hanno collocato i villaggi secondo la disponibilità dei terreni, senza una pianificazione del territorio. Successivamente, Luigi Bazoli e Leonardo Benevolo hanno creato il quartiere di S. Polo, ma il progetto è stato contestato. Bernardo Secchi ha progettato lo sviluppo lungo un ring esterno, contro la metropolitana. Oggi, il metro è la linea obbligata della città.
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