«Il problema non è Apple in Duomo, ma l'antica patologia» «Si tratta di misoneismo». Eh? «Vuol dire paura del nuovo: la malattia più grave di Milano è tutta qui». È curabile? «Non da un urbanista. Servirebbe un antropologo. E una piccola dose di quella che i Romani chiamavano "vis grata puellae", la "forza che piace alla fanciulla": a volte Milano avrebbe bisogno di essere leggermente violentata. Leggermente, non di più. Ma un po' sì». È la diagnosi di Philippe Daverio, storico dell'arte prestato per una breve stagione alla politica come assessore alla Cultura dell'èra Formentini. Oggi, a due decenni di distanza, legge il riassunto dell'ennesima situazione di stallo risollevata ieri dal Corriere la Apple che da anni vorrebbe aprire uno store nel cuore di Milano, senza riuscire a trovare una quadra col Comune e sorride con una certa rassegnazione: «Non è questione di Apple, né di estetica architettonica sul caso singolo, né di questo o quel progetto. Se esistesse un problema specifico sarebbe facile risolverlo. Il vero punto è la contraddizione secolare da cui questa città è afflitta». Addirittura. «Certo: eterno desiderio di essere "città moderna" e poi, puntualmente, continue frenate di fronte a ogni progetto di innovazione». Almeno un esempio. «Ci sono voluti sessant'anni prima di metter mano all'area bombardata delle Varesine: possibile? Ma è una patologia atavica: abbiamo iniziato a fare una Cattedrale a fine '300, quando in Europa erano già tutte in piedi da un pezzo, e ci abbiamo messo cinque secoli a completarla». Attenuanti? «Beh, è vero che nel XX secolo Milano, per colpa di innovazioni urbanistiche sbagliate, ha anche preso le sue sberle. Il che giustificherebbe una legittima attenzione a non commettere errori, ovvio. Ma non giustifica la paura paralizzante». La politica c'entra? «C'entra di più l'umore del milanese medio, a cui i cambiamenti non piacciono. E la politica va a ruota: per non scontentarlo si adegua. È questa la sua più grave miopia». Magari esistono anche dei vincoli oggettivi: il centro storico, le belle arti... «Naturale che Milano non è Manhattan. Però, ripeto, questo non giustifica il timore a priori del cambiamento innovativo». Prendiamo il caso Apple come un esempio. Cosa avrebbe dovuto, o dovrebbe fare il Comune?. «Non entro nel merito specifico. Ma invece di limitarsi a prendere atto dell'esito di un'asta, come quella che in Galleria ha legittimamente portato Prada anziché la Mela, credo che il Comune e più in generale la politica dovrebbero prendersi un po' più coraggio nel dire "questa cosa mi piace, questa no". Insomma basterebbe invertire le parti. Cioè? «Cioè tenere conto anche dell'altro aspetto del carattere milanese. Vale a dire che proprio le famose innovazioni, tanto temute prima che arrivino, poi una volta instaurate vengono quasi sempre accettate con simpatia. Come la Torre Velasca, che all'inizio non piaceva a nessuno ma poi...» La politica vive di consenso. «Ed è il motivo per cui ha paura a sua volta: meglio non scontentare gli elettori di oggi, anziché cambiare il volto di una piazza che piacerà ai cittadini di domani. Ma io dico che oggi, di fronte al coraggio, arriverebbe anche il consenso».