Tutto comincia con il rendering del nuovo stadio olimpico giapponese, ideato da Zaha Hadid per i giochi di Tokyo 2020, che ha vinto il concorso per la progettazione. Gli architetti del Sol Levante sono insorti, perché il nuovo complesso occupa una porzione troppo ampia di città, assomiglia ad una astronave e rischia di «oscurare» tutto il resto, architettonicamente parlando. Ma perché questa polemica? Invidie di categoria o motivazioni fondate? «Gli stadi sono i nuovi spazi di aggregazione dichiara Mario A. Arnaboldi, architetto, docente, autore de «L'atlante degli impianti sportivi» (ed. Hoepli) e progettista di un impianto polisportivo in Bahrein e sostituiscono la piazza nella città moderna». Con un simile presupposto, è chiaro che lo stadio non è soltanto quel luogo dove si svolgono manifestazioni sportive ma assume una valenza, sociale ed urbanistica, ben più importante. L'arena e le terme furono il contributo romano al patrimonio urbano sostiene Lewis Mumford ne «La città nella storia» l'arena per contaminarlo e le terme per purificarlo, entrambe concepite come strutture per lo svago di massa: nell'arena, a volte, i romani vi passavano l'intera giornata. La forma per questi luoghi era quella circolare ellittica, che aveva soppiantato quella semicircolare del teatro greco. E si prestava a usi diversi. Fino a non molto tempo fa, tra gli spettatori del Circo Massimo e quelli di qualche moderna partita di campionato, non c'era molta differenza: entrambi esposti alle intemperie, al freddo o al caldo, seduti sulla pietra o sul cemento. A due millenni di distanza gli uni dagli altri. Ma sempre accomunati dallo stesso desiderio di assistere ad uno spettacolo e di essere parte di un rito collettivo. E con una partecipazione «trasversale»: nell'antica Roma, senatori e plebe; oggi, operai accanto a professionisti e imprenditori. I giochi dei gladiatori vennero introdotti a Roma nel 264 a.C. La prima delle grandi arene, il Circo Flaminio costruito sul Campo Marzio nel 221 a.C. era una grossa struttura, un campo per le corse piatto, con i sedili per gli spettatori sulle colline vicine. Ma fu Giulio Cesare che ricostruì la più grande delle arene, il Circo Massimo, talmente vasto da contenere 385 mila spettatori, secondo una testimonianza dell'epoca, poi ridimensionati a 225 mila da Jérôme Carcopino. L'arena raggiunse la sua massima espressione nel periodo destinato alle torture di massa e il Colosseo servì da modello per le costruzioni simili nelle città dell'impero. Alla fine del V secolo, con il crollo dell'impero le arene di origine romana erano state abbandonate. Il Circo Massimo fece questa fine intorno al VI secolo, venne poi utilizzato come castello, come abitazione (vedi la piazza dell'Anfiteatro di Lucca, i cui edifici sono sorti sulle rovine di una arena romana del II secolo), fu saccheggiato dei marmi e dei materiali da costruzione. Ma gli antichi protagonisti degli spettacoli nelle arene non scomparvero subito: presero a vagabondare e ad esibirsi nelle corti, nelle piazze e nei mercati. Nel medioevo il centro di aggregazione era diventato la piazza, che poteva essere di tre tipi: della cattedrale (religiosa); del comune (politica) e del mercato (commerciale). A seconda dell'evento, una processione, una condanna, un proclama del governo o uno spettacolo, veniva scelto lo spazio più idoneo. In genere, la piazza del Comune aveva dimensioni maggiori rispetto alla piazza religiosa ed era dominata da un palazzo pubblico. A partire dall'800, gli spazi di aggregazione urbana si trasformarono nuovamente: la piazza era diventata la fuga prospettica dei grandi viali alberati, nati dagli sventramenti della città medievale e dalla creazione di nuove direttrici. I luoghi di aggregazione erano diventati altri, il teatro, i giardini, le arene (di nuovo), che ospitavano vari spettacoli. Quella di Milano, nata nel 1807 dalla matita di Luigi Canonica, andava a colmare il vuoto lasciato dalla demolizione delle fortificazioni spagnole che avevano circondato il nucleo rinascimentale del Castello Sforzesco. Venne usata per rappresentazioni teatrali, battaglie navali corse di cavalli e, perfino, di bighe, giochi pirotecnici. Nel 1894 e nel 1906 ospitò persino il grandioso circo «western» di Buffalo Bill. Ma fu con l'evoluzione sociale di fine '800, con l'avvento delle prime società sportive e delle prime attività per il tempo libero, che le arene diventarono i luoghi deputati all'attività fisica, sia di chi la pratica sia di chi la preferisce osservare. Dopo l'orgia degli stadi del dopoguerra, veri templi del calcio in grado di accogliere decine di migliaia di spettatori, oggi si punta a una dimensione più limitata, complice anche la televisione, che permette una visione più articolata e personalizzata della partita senza muoversi dal proprio divano. «Oggi il tema è cambiato riprende Arnaboldi è importante l'evento sportivo ma, allo stesso tempo, è fondamentale che questi luoghi vivano indipendentemente dallo sport e che il pubblico li frequenti normalmente. Lo stadio di Twickenham, da questo punto di vista, è esemplare: ospita un museo, ristoranti, negozi e perfino un albergo e un centro benessere. È ora di pensare allo stadio come un'entità che tocca i sistemi del nostro divenire». Oggi, come si diceva, siamo in una fase di trasformazione e l'«astronave» di Hadid, forse si inserisce con eccessiva violenza in tessuto urbano ormai caratterizzato e forse ha nuovamente ragione Mumford, che nel 1961 sosteneva che le nuove metropoli sono un clamoroso esempio di una grave lacuna culturale che propone, con mezzi tecnici assai progrediti, forme e funzioni antiquate derivanti da una civiltà socialmente arretrata.
Il risveglio dello stadio. Così si recupera l'anima della piazza
Il nuovo stadio olimpico giapponese, progettato da Zaha Hadid, è stato oggetto di critiche per la sua forma astronave e per la sua presunta capacità di oscurare il resto della città. Gli architetti del Sol Levante hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla sua progettazione. Tuttavia, l'architetto Mario A. Arnaboldi sostiene che lo stadio non è solo un luogo per lo sport, ma anche un luogo di aggregazione sociale e urbanistica. Arnaboldi cita l'esempio del Circo Massimo romano, che era un luogo di spettacoli e di aggregazione della popolazione.
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