Caro Direttore, l'epoca di crisi che stiamo vivendo avrebbe fatto almeno sperare che si ritrovasse equilibrio e buon senso nell'ammettere che l'incontrollata cementificazione degli Anni Ottanta e Novanta abbia distrutto in modo irreversibile molto del patrimonio paesaggistico nazionale. Invece il danno continua nonostante la crisi dell'edilizia e una maggiore sensibilità dei cittadini su questo tema. Dagli impianti per le energie alternative, che ormai sono disseminati su tutto il territorio italiano e in assenza di un piano energetico nazionale non sempre necessari e utili, alla carenza dei mezzi delle Soprintendenze impossibilitate a sorvegliare territori vasti e ricchi di natura e arte come i nostri, agli effetti devastanti di un federalismo che ha spuntato le armi della tutela, fino a quelli paradossali dei piani paesaggistici in procinto di essere varati da Regioni come la Sardegna o la Sicilia a statuto autonomo, presupposto per una definitiva distruzione del paesaggio anche vicino alle coste. Il presidente della regione Sardegna Cappellacci ha dichiarato guerra alla Soprintendenza e dimenticando le linee del piano di chi lo ha preceduto, Soru, sta rapidamente consegnando l'isola ad una visione che prevede un aumento gigantesco e capillare di costruzioni del si vedono già i primi effetti. La scusa è sempre la solita: con la gravissima crisi economica, che in particolare in Sardegna sta uccidendo l'economia delle famiglie, non si può certo rinunciare all'opportunità di uno sviluppo almeno dell'edilizia. Dissento con questa affermazione: perché è ben vero che il temporaneo sollievo che la riattivazione di questo settore può portare alla disoccupazione tragica dell'isola, ma è altrettanto vero che la distruzione del paesaggio sulla media e lunga distanza toglierebbe alla Sardegna la sua eccezionalità, che se valorizzata sarebbe un volano di sviluppo a lungo termine. I ricchi russi che volentieri decapitano una collina per costruire la propria casa non ci metterebbero nulla a transumare altrove quando non troveranno intorno un mare non circondato da una natura incontaminata ma dal cemento. E allora rimarrebbe solo la disperazione di aver consegnato luoghi unici ad un modello di sviluppo sbagliato e poco lungimirante, che invece di portare benessere ha portato alla perdita di un patrimonio collettivo unico al mondo.
Quell'idea di sviluppo che ferisce il paesaggio
La crisi economica sta portando a una maggiore sensibilità dei cittadini su questioni di sviluppo e tutela del paesaggio. Tuttavia, il danno causato dalla cementificazione degli anni '80 e '90 continua nonostante la crisi dell'edilizia. Le Soprintendenze non hanno i mezzi per sorvegliare i territori vasti e ricchi di natura e arte. I piani paesaggistici stanno essere varati da Regioni come la Sardegna e la Sicilia, che potrebbero portare a una distruzione del paesaggio. Il presidente della regione Sardegna, Cappellacci, ha dichiarato guerra alla Soprintendenza e sta promuovendo un piano di sviluppo che prevede un aumento gigantesco di costruzioni.
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