I capolavori dell'archeologia mostrati negli scorsi giorni in una rassegna allestita a Castel Sant'Angelo. Recuperi, ritrovamenti, confronti: frutto dell'opera continua e intelligente di Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato. I migliori in Ue C'era tempo fino al 5 novembre per ammirare a Roma a Castel Sant'Angelo la mostra "Capolavori dell'archeologia. Recuperi, ritrovamenti, confronti", frutto dell'opera continua e intelligente di Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato. Organizzata dal Centro Europeo per il turismo di Giuseppe Lepore, che da vent'anni se ne occupa, non presenta solo la consueta carrellata di opere recuperate nel territorio nazionale o restituite dopo lunghe trattative fra Ministero dei beni culturali, degli Esteri, Avvocatura dello Stato e musei stranieri. Quest'anno la mostra curata da Maria Grazia Bernardini, direttore di Castel Sant'Angelo e Mario Lolli Ghetti, col supporto di un comitato scientifico presieduto da Eugenio La Rocca, era più complessa e articolata (catalogo Gangemi Editore). Un doveroso riconoscimento all'attività di tutela, salvaguardia e recupero delle forze dell'ordine, ma anche un'operazione culturale in senso lato. Per ricostruire il contesto di origine, andato perduto al momento del furto, accanto ai pezzi ormai "muti" e privi di radici, sono state presentate opere analoghe dello stesso periodo, che "parlano", di cui conosciamo la storia, trovate in scavi scientifici e provenienti da musei della penisola. Da un lato dunque il valore storico-artistico dei reperti che da soli potrebbero costituire un grande e importante museo, dall'altro il riferimento al territorio di provenienza tramite riferimenti e confronti. Due livelli Il percorso espositivo "presenta due livelli di lettura", notava il professor Louis Godart consigliere del Presidente della Repubblica. Questa la differenza col passato. La mostra si snodava lungo le sale di Clemente VII, Clemente VIII, Apollo e della Giustizia, in nove sezioni tematiche, al centro i più importanti beni recuperati. Si va dai simboli dell'aristocrazia, "Kuroi e Korai", alla ceramiche attiche a figure rosse, agli "acroliti", le statue oltre misura, alla bronzistica greca, all'antica pittura su marmo, alle opere dei ceramografi della Magna Grecia, alla decorazione ad affresco delle domus di Pompei, alle sculture e ai grandi sarcofagi. Fra le grandi sculture in mostra quella di Vibia Sabina, moglie di Adriano, eseguita post mortem in marmo pario con tracce di colore rosso sulle vesti, forse arredo di una villa dell'ager tiburtinus. Immessa sul mercato illegale, finita al Museo di Boston è tornata in Italia nel 2006. Furono rubati e recuperati anche il Sarcofago delle quadrighe riutilizzato come altare in una chiesa e il Sarcogago delle Muse proveniente dalla necropoli ostiense, posti a confronto con il Sarcofago della fanciulla di Grottarossa ritrovato inviolato con la mummia di una bambina e la sua bambola. Un'intera sala con fotografie, filmati, documenti e materiale d'archivio illustra l'opera svolta sul territorio dalle forze dell'ordine in collaborazione con le soprintendenze, ministero e avvocatura dello stato. Impossibile ovviamente rendere conto di una novantina di reperti, molti dei quali famosissimi. Capolavori Nell'ampia sezione della ceramica attica i capolavori non si contano: anfore, piatti, brocche, coppe di Cerveteri, Vulci, Adria e di provenienza incerta. Celeberrimo il Cratere a calice a figure rosse del 515 a.C. che narra la morte di Sarpedonte, firmato da Eufronio come ceramografo. Trovato in una tomba di Cerveteri, fu acquistato nel '71 per un milione di dollari dal Metropolitan Museum di New York, che lo ha restituito nel 2008. "Tra i più grandi pittori vascolari che il mondo antico abbia conosciuto, Euphronios si rivela anche il più innovativo, e crea al contempo una tradizione che rimane per più generazioni di ceramografi", scrive in catalogo Maria Antonietta Rizzo che ricorda la sua attività come ceramografo, "inventore" della nuova tecnica a figure rosse, e come ceramista, ovvero come vasaio. Una personalità "multiforme", che crea immagini monumentali, piene di forza, ma anche attento ai particolari minuti. Porta ancora il nome di Eufronio, in questo caso come vasaio la coppa, Kylix, a figure rosse trovata in pezzi e ricomposta di Cerveteri, recuperata e restituita nel '99 dal Getty Museum di Malibù, oggi a Villa Giulia. Affascinante anche la storia del Kouros di Reggio Calabria recuperato nel '93, messo a confronto col cosiddetto Apollino Milani, del Museo Archeologico di Firenze che ha ritrovato la "testa", conservata a Osimo. La terza sezione è dedicata agli "acroliti", statue di dimensioni maggiori del vero. Il corpo, di materiale deperibile, era decorato e ricoperto di abiti e le estremità, testa, mani e piedi erano in pietra o marmo. In mostra alcuni resti di un gruppo scultoreo di Morgantina, "la più antica testimonianza archeologica" di questa tecnica nell'arte greca e in particolare in quella greca d'Occidente, dice Enrico Caruso, conservati nel Museo di Aidone da cui proviene anche una "Phiale" in argento e oro, uno dei 15 pezzi del cosiddetto Tesoro di Morgantina, finito al Metropolitan e restituito nel 2010. Dopo i Bronzi di Riace, la storia dei recuperi subacquei provenienti da antichi relitti si arricchisce sempre di più grazie all'impiego di sofisticate tecniche d'indagine. Il Progetto Archeomar promosso dal Ministero dei beni culturali mira alla conoscenza e al censimento dei siti archeologici sommersi lungo le coste italiane in collaborazione con le Capitanerie di Porto. E' noto che nell'antichità il trasporto marittimo era preferito a quello di terra perché più sicuro e rapido e non riguardava solo le derrate alimentari. Per questo le rotte del Mediterraneo nascondono tanti tesori, rinvenuti talvolta per caso o durante la pesca. Come è avvenuto per i Bronzi di Riace trovati casualmente nel '72 a pochi metri dalla riva, o per la statua del Satiro di Mazzara del Vallo rimasto impigliato nel '98 nelle reti di un peschereccio. Ma non sempre chi trova segnala alle autorità competenti. Nel '69 vennero individuati a 35 m di profondità i resti di un'imbarcazione greca nello Stretto di Messina, il cosiddetto relitto di "Porticello", ma i materiali asportati finirono in gran parte dispersi. Fra quelli salvati, in mostra, la Testa di filosofo e la Testa maschile barbata c. d. di Basilea. Negli anni Sessanta in Adriatico di fronte a Fano finì nelle reti una statua attribuita a Lisippo e il contenzioso col Getty di Malibù non è finito. Altra meraviglia dell'antico i marmi dipinti di Ascoli Satriano, in tutto 12 oggetti (seconda metà del IV sec. a. C.) recuperati nel 2007 quando il Getty di Malibù riconsegnò all'Italia un sostegno di mensa (trapezophoros) e un bacino lustrale (podanipter) in marmo dipinto, frutto di scavi clandestini degli anni '70. In mostra a Castel Sant'Angelo un cratere del tipo a calice in marmo con segni di decorazione dipinta. Accanto, a confronto, una corona funeraria a foglie di quercia del II sec. a. C. rinvenuta in una necropoli di Taranto, simile a quella che ornava il cratere in cui restano tracce di corrosione dovute alla presenza di un gioiello. I mosaici e gli affreschi dell'area vesuviana hanno esercitato sempre un grande fascino sugli amanti del bello e sui collezionisti e rappresentato un ottimo affare per scavatori clandestini, intermediari e mercanti d'arte di pochi scrupoli. Del resto il gusto di staccare i piccoli quadretti inseriti nella decorazione delle pareti risale al periodo della scoperta di Pompei quando molti "Pinakes" furono asportati a massello, incorniciati ed esposti come normali quadri da collezione, una specie di galleria di arte romana che solo il re di Napoli poteva possedere. In mostra alcuni esemplari di "quadretti" pompeiani rubati e recuperati dalla forze dell'ordine e altri composti da diversi frammenti di intonaco a formare pastiches.