Giuseppe Scognamiglio è candidato a dirigere il sito Da vent'anni, Pompei giace in un letto d'ospedale, assediata da medici improvvisati che promettono cure prodigiose: e il governo Letta non è da meno. La complessità del sito, la sua potenzialità per la ricerca archeologica ma anche come meta turistica, la collocazione in un'area infestata dalla camorra, popolata di discariche, tarlata da politiche clientelari: queste le ragioni di una malattia che cresce negli anni, e anzi s'aggrava a ogni rimedio. Il sito viene sottoposto a un incoerente zig-zag istituzionale: prima posto sotto la Soprintendenza di Napoli (la stessa che gestisce il Museo Nazionale, costituito da reperti di Ercolano e Pompei), ne viene distaccato diventando Soprintendenza autonoma; poi viene riconnesso a Napoli; poi (col decreto "Valore Cultura") viene di nuovo separato da Napoli. Idee chiare, come si vede. Per anni non si assume nessuno, poi un anno fa arrivano una decina di archeologi, ma senza alcun piano di future assunzioni. Intanto grazie all'accoppiata Bondi-Tremonti il Ministero dei Beni Culturali viene ridotto in miseria, e a Pompei i fondi di biglietteria, anziché al sito, vengono destinati a Roma per essere redistribuiti in giro per l'Italia. Ogni tanto, crolla qualcosa: e i sacerdoti dell'amor patrio si stracciano le vesti, tornando subito a occupazioni più gratificanti. Pompei diventa un problema europeo: e i fondi comunitari, combinati con quelli italiani, fanno un gruzzolo di 105 milioni. Fabrizio Barca (ministro nel governo Monti) mette insieme, con la Soprintendenza, un percorso per utilizzarli entro i termini prescritti. Replay: il decreto "Valore Cultura" azzera tutto, e si riparte con una nuova struttura, che al di sopra della Soprintendenza pone un "direttore generale di progetto", che in nome delle larghe intese spartisce i poteri con un vicedirettore vicario. Anche qui il decreto "Valore Cultura" mostra buone intenzioni, ma formulate in modo tanto ambiguo da poterne capovolgere il senso. In breve: tutto dipende da chi saranno i due plenipotenziari, quanto sapranno di archeologia e come sapranno dialogare con la Soprintendenza. Le indiscrezioni comparse sui giornali indicano in quale direzione si starebbe indirizzando il governo: secondo Il Mattino, «serve un manager, con competenze trasversali, dalla macchina amministrativa alla cultura d'impresa». «Per ovvi motivi, non può essere un soprintendente», anzi potrebbe essere «un manager proveniente dal primo gruppo bancario italiano». Il Mattino non dà il nome del candidato in pectore, che però risulta a tutte lettere dal Sole-24 Ore: è Giuseppe Scognamiglio, «economista con esperienze diplomatiche, molto stimato dal deputato dem Guglielmo Vaccaro, lettiano ». La scelta di un diplomaticobancario per curare Pompei non ha nulla di nuovo. Fu Veltroni il primo ad affiancare al Soprintendente un city manager, dove il ricorso all'inglese ha il valore di un rito magico che dovrebbe assicurare la massima efficienza. Perciò abbiamo visto i Soprintendenti di Pompei mortificati dalla compresenza, a fianco ma di fatto al di sopra in quanto gestori del bilancio, di generali dell'aeronautica in pensione, prefetti in pensione, funzionari della protezione civile: tutti grandi manager, si capisce, e dunque incompetenti di archeologia e incapaci di leggere un'iscrizione latina. Avremo dunque, pare, un diplomatico che avrà accumulato in banca le esperienze giuste per salvare Pompei. Si attendono dai prossimi governi plenipotenziari prelevati da industrie alimentari, fabbriche di tabacchi, Fiat o Benetton. Tutto, pur di evitare la iattura somma: mandare a Pompei uno che se ne intende. Giuseppe Scognamiglio (Vicepresidente Unicredit) è presidente di Europeye, neonata casa editrice posseduta da Unicredit, che sta per lanciare una rivista di geopolitica. Consigliere diplomatico di Fassino al Commercio Estero, è membro dello Steering Committee dell'Associazione Bancaria Italiana: tutti titoli pertinenti alla gestione di Pompei. Se queste indiscrezioni sono fondate, anche il governo Letta si sta avviando verso il naufragio dei governi che lo hanno preceduto: mettere un manager, anche bravissimo, al posto sbagliato, è condannarlo al fallimento, e con lui Pompei. In questi vent'anni i vari "commissari" non sono mai stata la soluzione, ma il problema. E chi mai penserebbe, se c'è un grande ospedale che non va tanto bene, di nominare direttore sanitario un ex-diplomatico? E perché non si vuole ricorrere all'unica professionalità (quella di un esperto in gestione di un territorio ad alta intensità archeologica) a cui affidare il più importante sito archeologico del mondo? Secondo il Mattino, alla nomina di Scognamiglio si starebbe opponendo il ministro Bray, subito accusato di inefficienza. Ma se Bray, a differenza dei suoi predecessori, ha davvero capito che Pompei non si salva con prefetti, generali, diplomatici e banchieri, questa sarebbe finalmente una buona notizia.