AVOLTE ci fa bene guardare la nostra città con gli occhi degli altri: il solito paesaggio acquista un senso diverso, rivela luci e ombre che non vedevamo più, dettagli che forse non avevamo mai visto. Capita di andare a piazza Navona o alla Fontana di Trevi con un bambino, e il suo stupore illumina la scena, di colpo ciò che davamo per scontato ci appare da capo straordinario, come se anche noi scoprissimo per la prima volta quella bellezza assoluta. Ma può accadere anche l'inverso: mi è successo di entrare a Roma su un treno che proveniva dal Nord, e accanto a me c'era una anziana signora tedesca che mai era stata nella Roma degli imperatori e dei grandi artisti. Guardavo insieme a lei fuori dal finestrino, e tutto d'improvviso mi sembrava sporco, scassato, indecente. Notavo la delusione negli occhi della signora, l'amara sorpresa di fronte al degrado, alle lavatrici buttate nei fossi, al sudiciume sui muri, alle frane di immondizia nelle scarpate. Il suo sgomento diventava d'improvviso anche il mio, e quasi mi vergognavo per quell'incuria colpevole, avrei voluto scusarmi, promettere alla signora tedesca che presto, forse stanotte stessa, avrei messo tutto a posto. Ogni nuovo sguardo scuote la pigrizia delle nostre abitudini e ci consegna una verità che avevamo dimenticato. E poi ci sono gli artisti, che sanno come riconsacrare ciò che giaceva nell'inerzia di un pregiudizio: penso all'ultimo libro di Zerocalcare, "Dodici", interamente dedicato al quartiere di Rebibbia, una grande dichiarazione d'amore per una zona apparentemente senza troppe qualità. Ma lui è cresciuto in mezzo a quelle strade, ci vive ancora oggi e da quell'angolo periferico ha imparato a guardare la vita. E così ora anche a noi Rebibbia appare un luogo eccezionale, terra di mammut, zombie, amori e avventure bellissime.