Liberiamo l'uomo di Altamura. Non è né una battuta né uno slogan ma l'auspicio del paleantropologo Giorgio Manzi, direttore del polo museale della Sapienza di Roma. «Non si potrà fare mai valorizzazione e tutela di questo reperto - avverte - senza che sia stato studiato approfonditamente. E, per riuscirci, dovremmo liberarlo almeno in parte. Facendo tesoro delle tecnologie che abbiamo oggia disposizione, potremmo estrarre il cranio: è il reperto meno solidale con le concrezioni calcaree presenti nella grotta e impiegheremmo tecniche mutuate dalla laparoscopia». Liberare l'uomo di Altamura, dunque, è l'ambizione che Manzi rappresenterà questo pomeriggio, durante l'incontro "L'uomo di Altamura, 20 anni di tutela, ricerca e valorizzazione", a partire dalle 16,30 nel cinema Mangiatordi dove, dulcis in fundo, sarà proiettato in anteprima il nuovo filmato in 3D: un documentario che mostra immagini inedite del reperto e della cavità nella quale è intrappolato da millenni. Fu il 3 ottobre 1993, in effetti, che un gruppo di speleologi durante un'esplorazione della grotta di Lamalunga, nelle campagne altamurane, fece la straordinaria scoperta di quello che, secondo Manzi, è un unicum su scala planetaria. «Non c'è un uomo di Neanderthal così ben conservato al mondo: scheletri con questo grado di completezza sono rari in tutto il panorama dell'evoluzione umana, rari per non dire assenti». Fatto sta che il paleoantropologo finisce col mettere il cosiddetto dito nella piaga, ovvero la mancata piena valorizzazione di questo reperto del quale, solo fra qualche mese, si potrà conoscere con esattezza la datazione. «Il dilemma che ha caratterizzato questo ventennio dalla scoperta - riconosce Luigi La Rocca, soprintendente ai Beni archeologici - è stato sul tipo di valorizzazione che si può immaginare per un reperto di questo genere, sia per i problemi legati alla conservazione che all'inaccessibilità del sito. C'è sempre stata una resistenza diffusa rispetto all'ipotesi di spostarlo, tant'è che tutti i progetti immaginati sono extrasite». A cominciare dal sistema di visita a distanza del progetto Sarastro, le cui telecamere furono mandate in tilt da uno sbalzo di tensione col risultato che l'idea dell'esplorazione interattiva è naufragata. Ma forse, oggi, si è alla svolta: attorno all'uomo di Altamura - dietro le quinte le sinergie fra Regione, Comune e Soprintendenza per i beni archeologici - sta nascendo una rete museale con un percorso diviso e riallestito in tre siti: il museo nazionale archeologico di Altamura, palazzo Baldassarre (in attesa di musealizzazione dopo il restauro) e la masseria Lamalunga (sede del centro visite). Così come, spiega Manzi, «si è finalmente ripreso un cammino di ricerca. Abbiamo potuto prelevare, per la prima volta, un piccolo frammento di osso sul quale sono state effettuate tre linee di indagine distinte, ma complementari, che si aspettavano da tempo. Così, questione di pochi mesi, avremo a disposizione una datazione attendibile dello scheletro, senza contare che, non era detto ci fosse, siamo riusciti ad estrarre il Dna». D'accordo, ma l'estrazione dello scheletro? «Ci stiamo ragionando» assicura La Rocca: «Stiamo valutando le eventuali modalità per avere la certezza che, qualora si optasse per tale scelta, le operazioni di prelievo avvengano in assoluta sicurezza per il reperto. Bisognerebbe essere certi di non procurare danni e, al tempo stesso, realizzare un progetto di conservazione e fruizione pubblica».
PUGLIA - L'uomo di Altamura Hi-tech e musei in rete: Così salveremo il reperto
Il paleoantropologo Giorgio Manzi, direttore del polo museale della Sapienza di Roma, auspica la liberazione parziale dell'uomo di Altamura, un reperto unico e ben conservato di Neanderthal. Manzi sostiene che per valorizzare e tutelare questo reperto è necessario studiarlo approfonditamente e che la liberazione del cranio potrebbe essere possibile utilizzando tecnologie come la laparoscopia. Il reperto è stato scoperto nel 1993 in una grotta nelle campagne altamurane e da allora è stato oggetto di una valorizzazione limitata a causa della sua inaccessibilità e della resistenza dei locali.
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