DA LUNGHI anni, con l'appoggio della Soprintendenza di Roma e con i fondi e il lavoro degli allievi dell'Università di appartenenza, Clementina Panella, ordinaria di Archeologia alla Sapienza, conduce scavi sulle pendici del Palatino a pochi metri dall'arco di Costantino. Sono stati da sempre scavi molto fortunati quelli di Tina, come tutti noi vecchi suoi amici ed estimatori chiamiamo l'archeologa protagonista di tante imprese: in tutti questi anni Tina ci ha regalato, oltre a tanti monumenti, il fantastico insieme di insegne imperiali sepolte dai funzionari di Massenzio per evitare che cadessero in mano a Costantino, una serie di preziosi documenti storico-archeologici senza uguali al mondo. Ora ancora un'altra incredibile sorpresa. Scavando nell'area dove si è soliti collocare le Curiae Veteres, un complesso politico-sacrale delle origini di Roma, molti indizi le hanno permesso di riconoscere un vasto e articolato santuario di epoca arcaica e repubblicana, che gli interventi neroniani e flavi hanno sepolto sotto un immenso accumulo di detriti. Fra questi detriti, Tina ha scoperto un oggetto assolutamente eccezionale, destinato ad entrare nei manuali di storia dell'arte romana. Si tratta di un grosso frammento dell'orlo di un bacile di oltre un metro di diametro accuratamente ingubbiato di bianco sull'orlo stesso e nella vasca e dipinto con la testa di un giovane, probabilmente un atleta, dalla chioma aderente e dal volto con i due grandi occhi sgranati e le labbra tumide semiaperte. Il colore della pelle è bruno, convenzione usata in epoca arcaica per designare gli individui di sesso maschile adulti, mentre mento e mascella molto pronunciati contribuiscono a fissare la cronologia del dipinto al decennio tra il 490 e il 480 a.C. Mai il suolo di Roma, così ricco dal punto di vista archeologico, aveva restituito un'opera del genere. Solo in area etrusca, a Trevignano Romano, identificata con l'antica Sabazia, circa trent'anni fa una tomba ha restituito un bacile dipinto con la rappresentazione di un amplesso tra un sileno e una menade, non solo molto più piccolo e più antico di quello romano, ma anche di qualità pittorica nettamente inferiore. Tra le opere trafugate e restituite all'Italia dal Getty Museum di Los Angeles c'è uno splendido bacile di marmo di IV secolo a.C. nel fondo del quale è dipinta una Nereide su mostro marino. Questi due manufatti sono utili per attestare che bacili dipinti non erano inconsueti come oggetti di pregio destinati a santuari e sepolcri di età arcaica e classica. Ma la qualità ci obbliga a pensare ad una mano greca per la realizzazione del dipinto del bacile: sarà una coincidenza, ma proprio in quegli anni due pittori, Damofilo e Gorgaso, i cui nomi contribuiscono a farne con grande probabilità dei sicelioti, nel 484 a.C. dipingono il tempio di Cerere, Libero e Libera sull'Aventino. Evocare questi due artisti non è una semplice esercitazione di eruditi, ma serve ad inquadrare il manufatto in una prospettiva storica importante e chiara: speriamo che il misterioso e ancora anonimo santuario ci riservi ancora qualche altra sorpresa. La buona ventura di Tina ce lo fa sperare.