Un affilato pamphlet dal titolo "Un patrimonio artistico senza". Senza cosa? Probabilmente senza la consapevolezza che tutti, la classe politica e noi cittadini, dovrebbero sempre anteporre l'interesse pubblico a quello privato anche nel campo delle opere d'arte. Su queste considerazioni di fondo Bruno Zanardi restauratore d'alta levatura e intellettuale indipendente - disegna un quadro disastroso e sconfortante dell'Italia. Tra le tante magagne ricorda la pratica dei concorsi universitari pilotati a beneficio dei baroni, riprendendo l'amara lettera di dimissioni dal Consiglio universitario degli storici dell'arte di Tomaso Montanari; e Zanardi esercita il suo spirito civile sui restauri mal fatti o inutili e dannosi sui quali però non fa nomi e non dice tutto esplicitamente per cui gli addetti ai lavori capiranno tutto, noi cittadini no - a fronte di rare eccellenze, come la Madonna del cardellino curata dall'Opificio delle pietre dure ma con anni di studi, ricerche, approfondimenti, anni e spese che nessun privato avrebbe mai affrontato. Nel suo saggio il restauratore studioso denuncia come il paesaggio venga abbandonato, devastato, calpestato a fronte di interessi privati e qui sta il nocciolo del suo discorso: in Italia l'interesse pubblico finisce regolarmente in secondo piano. Attacca frontalmente il ministero per i beni culturali come istituzione ritenendo che abbia mancato ai suoi doveri fin dalla nascita nel 1975; attacca figure come Argan e Cesare Brandi, che a nostro giudizio hanno invece rappresentato riferimenti fondamentali per una coscienza sul patrimonio artistico e culturale in Italia; ritiene fonti di grandi mali le due cosiddette leggi "Bottai" del 1939 che hanno fatto da cardine alla legislazione in materia, quelle leggi che, secondo quanto scritto da Settis sul Domenicale del Sole24ore il 6 ottobre - "tutelavano in parallelo patrimonio e paesaggio" (Zanardi non concorderà al riguardo). Ma il bersaglio principale è più che motivato: la tanto sbandierata "valorizzazione" che spesso va a discapito della tutela e quindi compromette il futuro stesso di dipinti, sculture, monumenti, per non dire del paesaggio. DITTE EDILI AL RIBASSO PER CURARE AFFRESCHI Tenendo come faro la lezione di Giovanni Urbani, teorico inascoltato e in seguito emarginato direttore dell'Istituto centrale del restauro, Zanardi sul restauro attacca a ragione la pratica delle gare al ribasso che anche per gli affreschi vincono ditte edili (come fossero le modeste pareti di casa nostra) dove poi i costi lievitano e la qualità del lavoro o viene affidata a restauratori sottopagati o è pessima. Ricorda che un restauro necessita analisi accurate preventive (voi vi fareste curare o operare senza che i medici sappiano bene cosa avete in corpo?), mentre oggi le istituzioni pubbliche tendono a rimuoverle perché costano, prendono tempo e non rendono in termini mediatici. E Zanardi scrive di una soprintendente che si è improvvisata restauratrice ritoccando una figura in una cupola di chiesa, vista con i suoi occhi e come esempio di arroganza da parte di chi detiene un potere. Peccato non ne faccia il nome: timore di una denuncia? RESTAURI DANNOSI: MA DOVE E QUANDO? A proposito di danni e casi limite il restauratore racconta episodi senza però scrivere quali opere riguardino, né cita le persone coinvolte, probabilmente perché teme querele, lasciando che gli addetti ai lavori capiscano o intuiscano ma noi comuni cittadini restiamo all'oscuro o possiamo tutt'al più supporre. A ogni modo scrive di un Raffaello restaurato, pur se stava benissimo, perché una casa automobilistica voleva mettere il proprio marchio su un intervento mediaticamente appetibile con mostra annessa e benedetta dal ministero (quale dipinto? Dove? Quando? Quale azienda?). Racconta di un quadro del caravaggesco Orazio Gentileschi (il padre della pittrice Artemisia) nel "museo comunale di un'importante cittadina del centro Italia". Alla direttrice della raccolta Zanardi spiega che il dipinto non ha affatto bisogno del programmato restauro da diecimila euro, basta "una verniciatura per i ritocchi opacizzati perché l'opera si legge perfettamente, un piccolo lavoro che non costa nulla, qualche centinaio di euro al posto di diecimila". La direttrice si spaventa e Zanardi spiega: "Fin che si parla di evitare i restauri sostituendoli con la manutenzione come si fosse a un tè di signore tutti sono d'accordo. Ma quando si entra nel dettaglio tecnico, magari indicando nel concreto, chi fa questo viene ritenuto uno fuori di testa. Pericoloso. Uno che potrebbe togliere ai direttori di museo il trastullo della direzione dei lavori di restauro. Lavori che chissenefrega se sono sempre più o meno dannosi". Bruno Zanardi, Patrimonio artistico senza Skira editore, Milano. 167 pp, 18 euro