E' una storia che soltanto in Sicilia poteva accadere. Gabriele Arezzo di Trifiletti, vivace e raffinato gentiluomo di 64 anni, della famiglia ragusana dei marchesi Arezzo già proprietaria di castelli e palazzi, sta soffocando sotto il peso di quattromila abiti e oggetti d'epoca dal 1200 al 1970, una collezione unica al mondo. Li tiene ammassati in due appartamenti a Palermo pagando affitti per 5000 euro mensili, ma non ha più un soldo, ha solo debiti perché la famiglia ha venduto quasi tutto, e gli è rimasto soltanto la villa la Castellana di Marina di Ragusa e terreni che non fruttano quasi niente. Combatte da decenni per valorizzare quegli abiti con il risultato di due infarti e altri malanni. Quegli abiti rappresentano la storia di Sicilia perché partono dai re normanni e arrivano alle stagioni della Palermo felix con i vestiti di personaggi come donna Franca Florio o della cantante Maria Malibran. Ma non solo vestiti maschili e femminili in questa collezione che è la più importante d'Europa, ma anche corpetti, camicie, mantelle, scialli, sciarpe, fibbie, spille, cinture, biancheria intima, guanti, calze, veli, cappelli maschili, femminili, militari ed ecclesiastici, scarpe, pettini, ditali, spazzole, panciotti, gemelli, borse, ombrelli, bastoni da passeggio (150), stoffe pregiate, oggettistica da cosmesi e farmacopea, binocoli da teatro, persino vasche da bagno delle varie epoche per uomo, donna e bambino. Lui, docente e professore in pensione a 1200 euro al mese, più quel che prende come consulente d'arte del Tribunale, vorrebbe vendere, ma non può perché tutto è stato vincolato dalla Soprintendenza. «Nel 2004 la Soprintendenza regionale ai Beni culturali - dice - mi aveva detto di voler acquistare la collezione per creare un unico polo museale della moda antica, qualcosa di veramente straordinario. Pensi che Palazzo Pitti ha solo 800 unità, mentre la mia collezione ne conta 4000. Dovendo essere un acquisto della Regione, la Soprintendenza per effettuare la pratica decretava il vincolo di Beni culturali e inventariava i circa 4000 pezzi stando cinque mesi in casa mia e dando sul decreto di vincolo della collezione un valore di 671.303,96. Ma come si fa a stimare il valore di una collezione del genere e persino con i decimali? Se non avessero messo questo vincolo avrei potuto vendere la collezione a Firenze, la voleva Palazzo Pitti pronto a pagare un miliardo di lire. Invece sono stato costretto a restare custode di questa immensa collezione e anno dopo anno i Beni culturali della Regione hanno comunicato di non avere un centesimo per realizzare il programma di acquisto previsto. Da allora sono rimasto vittima di un vincolo che mi ha portato alla rovina finanzaria: questo perché sono costretto a spendere cifre assurde per mantenere la collezione e pagare l'affitto dei magazzini che ne ospitano una parte. Ho detto alla Soprintendenza di sgravarmi almeno dell'affitto dei magazzini prendendo la collezione, ma la risposta è sempre stata la stessa "non abbiamo locali disponibili"». Scusi, ma perché non ha venduto tutto per un miliardo di lire quando nel 2000 il soprintendente di Firenze, Paolucci, voleva la sua collezione? «Preciso che Paolucci in una lettera al ministero aveva dichiarato che il prezzo di un miliardo era ridicolo rispetto al valore della collezione. Mi ha rovinato un sottosegretario ai Beni culturali che ha bloccato la vendita dicendo che se la collezione fosse andata a Firenze si sarebbe depauperata la Sicilia. Quel sottosegretario invitò la Regione ad acquistare la collezione. Si adoperò in questo senso Guido Lo Porto, allora presidente dell'Ars, che fece addirittura una delibera di acquisto. Senonché i vari assessori che si sono succeduti hanno tutti detto "non abbiamo locali, non abbiamo soldi". In sostanza se quel sottosegretario si fosse fatto i fatti suoi non avrei avuto tutti questi guai che mi tormentano, la collezione sarebbe stata a Palazzo Pitti ma con il marchio Arezzo di Trifiletti. Ora ho una casa museo chiusa e imballata che uso soltanto io, la mia segretaria e la donna di servizio. La mia famiglia si è distrutta per queste nevrosi e io sono rimasto attaccato alla collezione di famiglia che produce solo debiti. Non posso nemmeno mettermi i gemelli ai polsini delle camicie perché sono stati inventariati anch'essi». A questo punto che vuole fare? «Lancio un appello al presidente Crocetta chiedendo: che la collezione possa essere acquistata dalla Regione previo patteggiamento, oppure che venga tolto il vincolo alla collezione Arezzo Trifiletti, o infine che almeno venga operata la frazionabilità della collezione in singoli pezzi in modo da poterli vendere». Certo che è un bel problema. Se don Gabriele Arezzo di Trifiletti fosse stato un imprenditore avrebbe potuto trasferire questa collezione unica alla villa la Castellana di Marina di Ragusa trasformata in museo e far pagare un biglietto di ingresso, ma ovviamente soffre un po' della sindrome che spesso colpisce la nobiltà siciliana scarsamente incline agli affari. «Lei immagini - spiega Gabriele Arezzo - che questi abiti preziosi sono ammucchiati in uno spazio ristretto, ci sono i vestiti di donna Franca Florio, la redingote di Vincenzo Bellini, pezzi che raccontano la Sicilia. Siccome tutta la collezione non ci stava in casa, ho dovuto affittare due magazzini che in centro a Palermo costano un occhio della testa. Ho detto alla Soprintendenza: "Vi regalo gli abiti che si trovano nei magazzini, almeno non pagherò più quegli affitti", ma non ne hanno voluto sapere, prima il soprintendente Gullo e ora la prof. Volpes che ha ripetuto: "Non abbiamo più un euro"». Ma perché non ha cercato di vendere a Palazzo Pitti? «Ma perché è tutto vincolato e poi Palazzo Pitti aveva avuto prima uno stanziamento e adesso non ce l'ha più per i tempi che corrono. Almeno la Regione mi desse la possibilità di vendere singoli pezzi! ». Mi tolga una curiosità: come mai la sua famiglia collezionava questi abiti? «Nei secoli quelli della mia famiglia conservavano gli abiti da cerimonia e delle nozze che avvenivano in varie sedi, o a Ragusa, o a Donnafugata, o a Palermo, o a Napoli oppure a Celano vicino L'Aquila dove la famiglia aveva un castello. Quando morì mio padre dividemmo l'eredità a stanze piene, così come capitava. E a Ragusa, al Castello Vecchio che abbiamo sopra Ibla, mio fratello ci andò fortunato perché la stanza che toccò a lui era piena di argenteria, a me invece toccò la stanza piena di vestiti. Feci anche causa per rettificare l'eredità, perché dissi che non potevo fare il "pezzaro", non era giusto. Si era sfasciato da poco il mio primo matrimonio e mi ero ritrovato solo con una bambina di due anni e mezzo. Un giorno mi vengono a trovare due amici che mi dicono: "Tu ti lamenti, ma qui hai un tesoro e non te ne rendi conto". Così con mia figlia per "schiffiriamento" cominciammo ad aprire le casse dei vestiti». Anche il castello di Donnafugata era vostro? «Per undicesima parte, perché il conte Testasecca aveva sposato una Arezzo, la zia Clara. All'interno di Donnafugata c'era una pinacoteca di gran valore, compreso un Caravaggio. Questi quadri furono portati via, ma su questo è meglio stendere un velo pietoso. Io per un pelo riuscii a riprendere alcuni vestiti che facevano parte della collezione perché poi lì tutto fu rubato o sostituito. Mio padre aveva sposato una Amari, la mia famiglia possedeva vari appartamenti a Palermo e tutto era spezzettato, mentre a Ragusa c'era il Castello Vecchio sopra Ibla, che era di famiglia, e molte cose venivano messe là dentro». 13102013