GIULIANO Pisapia ne è sicuro: la Scala può essere sottratta allo tsunami organizzativo previsto dal decreto Valore cultura del governo. Ieri, a conclusione del cda del teatro che presiede, il sindaco ha dichiarato: «Siamo convinti che da parte del governo ci possa essere una marcia indietro, anzi un passo avanti». Quale sia il passo avanti che si attende, è lo stesso ministro delle Attività culturali Massimo Bray a indicarlo in serata: «Intendo emanare al più presto i regolamenti previsti dalla legge 100 di riforma della lirica del 2010, tuttora in vigore, con cui valorizzare le peculiarità di ogni realtà, a partire dal Teatro alla Scala di Milano e l'Accademia Santa Cecilia di Roma». Dopo settimane di protesta da parte dei sindaci delle due più importanti città del Paese, il ministero annuncia quindi che metterà al riparo la Scala dalle previsioni della nuova norma: la trasformazione dei consigli di amministrazione in "comitati di indirizzo" (con il sovrintendente nominato a Roma), il divieto per il sindaco di presiedere il comitato, la riduzione delle poltrone da 10 a 7 (con la conseguente uscita dei partner privati che oggi alla Scala garantiscono 2,5 milioni di euro a testa ogni anno) e la riduzione del tetto di contribuzione da versare per entrare nel board (si passerebbe dall'8 per cento di quanto versa lo Stato al 5). Una prospettiva che per Pisapia comporterebbe una «crisi irreversibile» per il teatro. Dopo avere definito «monstrum giuridico» il decreto e avere avanzato l'ipotesi di «un ricorso alla Corte Costituzionale, perché la situazione della Scala non ha carattere d'urgenza e quindi non andava inserita in un decreto legge», il sindaco si augura che la notizia dell'esenzione della Scala arrivi entro la fine della settimana. Ieri il cda del teatro ha deciso di riconvocarsi per lunedì prossimo,e all'ordine del giorno c'è una «presa di posizione pubblica e ufficiale» del teatro contro il decreto cultura. «Sono contenta di quanto dichiarato dal ministro- dice il sottosegretario alla Cultura, Ilaria Borletti Buitoni - è importante che Bray possa correggere il provvedimento con un atto proprio, senza passare dal parlamento». Se sia davvero sufficiente un regolamento, o se serva invece un nuovo decreto, è questione allo studio. Quello che resta da fare alla Scala, invece, è affrontare il primo punto all'ordine del giorno del cda di ieri, di cui non si è discusso: la definizione del budget 2013. Nonostante le rassicurazioni del sovrintendente Stéphane Lissner - che nell'ottobre 2014 sarà sostituito da Alexander Pereira - sembra che manchino circa 4 milioni di euro. «La Scala ha da diversi anni il bilancio in pareggio - ha spiegato ieri Pisapia - e vuole mantenerlo». Lo scorso anno, per fare quadrare i conti il teatro decise di dimezzare l'integrativo ai 930 dipendenti. «Se saranno ancora i lavoratoria pagare il conto, non si stupiscano poi i vertici del teatro di eventuali scioperi», avverte Domenico Dentoni, della Uil milanese. Intanto il teatro incassa un successo importante: ieri alle 9 è iniziata la vendita dei biglietti della Traviata, che inaugurerà la stagione il 7 dicembre. A mezzogiorno la Prima era già soldout nonostante il prezzo per un posto in platea sia di 2.400 euro. Restano alcuni dei biglietti messi in vendita per beneficenza dal Comune. Lunedì, dopo il cda della Scala, si riunirà anche l'assemblea dei soci del Piccolo Teatro, che chiede a Bray di ribaltare quanto fatto dal governo Monti, che nel decreto sulla spending review ha equiparato alcuni enti di eccellenza (il Piccolo, come l'accademia della Crusca e l'accademia dei Lincei) a normali enti amministrativi, sottoponendoli a pesanti vincoli di bilancio. «Il governo risolva la folle situazione in cui sono stati cacciati il Piccolo e altre istituzioni culturali meritevoli», chiede il direttore del teatro, Sergio Escobar.