Le Accademie d'Arte sono rientrate nell'insegnamento della disciplina Per circa tre secoli, più o meno dalla fine del Cinquecento a quella dell'Ottocento, il restauro è stato in stretta connessione con le Accademie d'Arte. Il restauro si applicava difatti a opere d'arte e seguendo il principio secondo cui il simile va con il proprio simile doveva dunque essere eseguito dagli artisti. Farò i nomi di Carlo Maratta nel Seicento, Pietro Edwards fra Sette e Ottocento, Giuseppe Molteni nell'Ottocento, tanto per selezionarne di rappresentativi. Poi le Accademie sono state soppiantate in alcune delle loro funzioni principali da fenomeni epocali: la nascita della Storia dell'Arte, come disciplina da studiare nelle Università, e quella degli organi di tutela dello Stato, a sostituire le Commissioni emanazioni delle Accademie stesse. Nel restauro si sono fatte strada generazioni rispondenti a nuovi modelli: ecco il restauro di Luigi Cavenaghi (cfr. n. 264, apr. '07, p. 49) e di tanti altri che professavano conoscenze basate sull'esperienza, in grado di risolvere i problemi tecnici più ardui. Poi è intervenuto il restauro scientifico guidato dagli Istituti creati appositamente, prima l'Icr (oggi Iscr) poi l'Opificio delle Pietre Dure. È successo però anche che l'insegnamento del restauro non fosse normato e controllato dallo Stato fino a tempi recentissimi, cadendo preda di una deregulation impazzita. Un primo passo fondamentale fu merito del dl n. 3681998 (cosiddetta «legge Veltroni») che riconosceva lo status di scuole di alta formazione e studio, oltre che agli Istituti autonomi del Ministero per i Beni culturali, anche alle Accademie d'Arte (e ai Conservatori di musica). Finalmente il decreto n. 87 del 26 maggio 2009 ha precisato il percorso formativo attraverso il quale si acquisiscono le funzioni proprie della professione di restauratore. Il decreto ha fatto seguito alle prescrizioni del Codice Urbani (dl n. 42 del 2004 e s.m., art. 29), stabilendo il principio fondamentale secondo cui qualunque soggetto pubblico o privato può insegnare restauro, purché risponda a determinati requisiti (artt. 2-4), certificati da una commissione apposita (art. 5). I diplomi rilasciati saranno corrispondenti a lauree magistrali (cinque anni), o in subordine, alle cosiddette lauree brevi (triennali). Di conseguenza, fra altri soggetti si sono attivate anche le Accademie d'Arte (alcune delle quali avevano comunque mantenuto negli anni forme di insegnamento del restauro, spesso però soltanto teoriche); fra queste la prima a ottenere l'accreditamento per una laurea magistrale e a dare inizio ai corsi è stata quella di Macerata, seguita da Napoli, Milano, Bologna, L'Aquila, Verona. Naturalmente le Accademie possono preferire di limitarsi ai diplomi triennali, corrispondenti alla figura del «collaboratore restauratore» (cfr. n. 329, mar. '13, p. 20), così come scegliere a quali specializzazioni dare inizio per prime fra quelle previste dagli ordinamenti. Fatto sta che in questi anni anche le Accademie d'Arte sono rientrate a pieno diritto nell'insegnamento del restauro, rispondendo al proposito già espresso da Pietro Edwards (mutatis mutandis) fin dal 1819. Dell'argomento si è parlato assai, come ci si poteva attendere, all'interno del convegno promosso a metà giugno dall'Accademia di Napoli e dalla sua superdinamica direttrice, Giovanna Cassese (cfr. n. 332, giu. '13, p. 6), intitolato più in generale ai «Patrimoni da svelare per le arti del futuro». Comprensibilmente, molti nell'ambiente hanno manifestato forte soddisfazione per questa rinascita del restauro nelle Accademie. Credo però che, responsabilmente, si avessero anche evidenti alcuni elementi di criticità che dovranno stimolare positivamente le imprese future. Occorre mantenere ben chiara l'assoluta distinzione fra la creazione artistica e il restauro, discipline e attività non commensurabili: una consapevolezza teorica raggiunta nel corso di secoli e che sarebbe esiziale mettere da parte. Poi, aver presente la difficoltà, ai tempi d'oggi, nel procurarsi gli insegnamenti di restauro e scientifici (da parte di scienziati non generici ma già esperti nella «conservation science»), che saranno quasi tutte assunzioni a contratto, un modello certo non ideale. Peraltro, costituisce un sicuro asset la familiarità con i manufatti artistici e con i loro materiali e tecniche costitutivi; così come la possibilità di lavorare in primo luogo sui patrimoni artistici delle Accademie stesse, lungamente negletti e oggi finalmente riscoperti e valorizzati grazie a iniziative meritevoli come quella napoletana. Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 334, settembre 2013