Mi riferisco alla lettera dell'arch. Pavone, presidente di Italia Nostra, pubblicata il 2 ottobre scorso, con la quale ha voluto stigmatizzare l'opportunità di proteggere e salvaguardare un patrimonio architettonico legato, secondo il suo punto di vista, all'esigenza di rendere meglio coltivabile il terreno. Intanto lo ringrazio per aver apprezzato la mia iniziativa, ma mi spiace contraddirlo sulla definizione delle piramidi dell'Etna come "documento di tipologia del lavoro agricolo". In realtà nei secoli passati si è sempre creduto che le piramidi dell'Etna fossero il frutto del lavoro dei contadini per accatastare le pietre laviche rinvenute nei fondi agricoli. Oggi, conosciamo la vera origine di questi monumenti legati certamente alla civiltà sicano-sicula esistente in Sicilia dal IV al II millennio a. C. A parte le ricerche fatte sull'Etna da Antoine Gigal, uno fra i più grandi studiosi della civiltà egizia, sappiamo con certezza, attraverso la decifrazione del papiro di Harris, dell'esistenza di un grande popolo degli SHEKLESH (siculi), fiero e bellicoso, che assieme ai Shardana, Cretesi, Micenei, fenici, Ittiti, Ebrei ed altri, costituivano i "Popoli del Mare" che già nel III millennio a. C. venivano arruolati, come mercenari, nell'esercito del Faraone ed a volte combattevano contro di esso. La battaglia più famosa, riportata in diversi papiri, nel tempio di Medinet, a Tebe, e nella Valle dei Re, è stata quella del "Delta del Nilo" del 1224 a. C. in cui il faraone Ramses II fece prigionieri 222 siculi che, portati a Tebe, furono tutti evirati. Nella fascia pedemontana dell'Etna vi sono circa trenta piramidi costruite dai Siculi e alcune di queste sono dei veri e propri capolavori di architettura realizzati su un'area di 3-4000 mq., su vari piani con diverse rampe di accesso (tutte realizzate secondo la stessa tecnica), con una funzione prettamente religiosa e astronomica. Oggi ancora non conosciamo bene questa civiltà anche per la mancanza di fonti scritte. L'unica iscrizione sicula su un coperchio di terracotta, rinvenuto a Centuripe, si trova in un museo tedesco. Uno dei rarissimi villaggi siculi, con una piccola piramide, è stato individuato sul monte S. Nicolò nel territorio di Trecastagni. Ancora oggi si può ammirare una cinta muraria megalitica (foto allegata) realizzata con enormi massi di pietra lavica, un ingresso fortificato con mura spesse due metri, varie rampe di accesso e resti di dolmen e trotilon ormai in disfacimento per l'intervento dei contadini nei secoli passati. Oggi l'accesso al monte è quasi impossibile per le recinzioni realizzate dai proprietari senza lasciare alcun varco. Mi auguro che presto intervenga la Sovrintendenza, unico organo preposto alla tutela dei beni archeologici, e si possa salvaguardare questo grandissimo patrimonio megalitico di cui tutti i Siciliani dovrebbero esserne fieri ed orgogliosi. Dott. Carlo Cincotti 06102013
SICILIA - REPLICA alla lettera lettera dell'arch. Pavone
L'arch. Carlo Cincotti risponde alla lettera dell'arch. Pavone, presidente di Italia Nostra, pubblicata il 2 ottobre scorso. Cincotti ringrazia Pavone per aver apprezzato la sua iniziativa, ma si dispiace di dover contraddirlo sulla definizione delle piramidi dell'Etna. Secondo Cincotti, queste non sono "documenti di tipologia del lavoro agricolo" come sostiene Pavone, ma piuttosto il frutto del lavoro dei contadini per accatastare le pietre laviche rinvenute nei fondi agricoli. Tuttavia, Cincotti sottolinea che le piramidi dell'Etna sono legate alla civiltà sicana-sicula esistente nel IV-II millennio a.C.
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