Archiviata la rappresentazione di ieri, il Parlamento italiano si dovrà occupare nei prossimi giorni di alcuni importantissimi provvedimenti legislativi, fra cui quel Decreto Valore Cultura che ha già ricevuto l'approvazione da parte del Senato. Il provvedimento, fortemente voluto dal ministro Bray, ha suscitato commenti molto positivi, tanto che lo stesso premier Letta lo ha più volte ricordato come uno dei risultati (per il momento non moltissimi) più significativi dell'azione di governo. Il Decreto ha in effetti alcuni indubitabili elementi di novità, a partire dal suo valore simbolico: da troppi anni la politica giocava al ribasso con una delle infrastrutture più importanti del nostro paese, il patrimonio culturale e il paesaggio. Note le cifre del degrado, non solo in termini economici, ma più in generale di risorse e ancor più di peso politico: lustri di ipocrisie da parte della classe politica di ogni colore hanno contribuito a smantellare la struttura, soprattutto quella periferica, preposta alla tutela, nel momento stesso in cui tutti in coro politici e amministratori spergiuravano solennemente sull'importanza primaria del patrimonio culturale. Classica sentenza immancabile in ogni dichiarazione, discorso, commemorazione, appello sul tema: "beni culturali e paesaggio sono il volano per il rilancio dell'economia". Sappiamo come è andata: in pochi anni il bilancio del Mibac (ora Mibact) ridotto del 40, personale invecchiato e diminuito al punto da mettere a rischio la funzionalità di servizi e attività primarie, assenza di programmazione, crollo delle attività di manutenzione programmata, latitanza chiamiamola così sul fronte decisivo della pianificazione paesaggistica. In questa cornice i crolli di Pompei, la situazione di collasso degli enti lirici, la fragilità dimostrata dal nostro patrimonio in occasione dei due tragici terremoti a L'Aquila e in Emilia e le enormi criticità della ricostruzione post-sismica, non sono accidenti imprevedibili, ma normali conseguenze. Il Decreto Valore Cultura è il primo serio tentativo, da molti, troppi anni a questa parte, di invertire la rotta. Tentativo complicato innanzi tutto dall'oggettiva mancanza di risorse economiche; da questo punto di vista, per alcune norme del Decreto l'aggettivo simbolico assume una connotazione decisamente limitativa: si pensi ad esempio ai pochi milioni destinati agli interventi urgenti di tutela. Allo stesso modo, l'anemia economica in cui ci si è dovuti muovere ha penalizzato l'organicità complessiva del provvedimento, costretto ancora a procedere, nel complesso, per comparti separati e a concentrarsi su singoli casi. Nonostante questo, i nodi affrontati sono di primaria importanza, a partire dal simbolo per eccellenza dell'intera vicenda del nostro patrimonio culturale: Pompei. Qui, dopo poco più di un anno dal lancio del "Grande Progetto Pompei" (governo Monti, aprile 2012) si è avuto il coraggio di rimettere in discussione alcune scelte, dimostratesi fallimentari, a partire dalla riunificazione, ora annullata, fra le Soprintendenze di Pompei e Napoli e dalle carenze nella gestione amministrativa che hanno rallentato gravemente l'azione della stessa Soprintendenza. E' probabilmente l'impianto stesso del "Grande Progetto" che andrà ripensato perché culturalmente deficitario (troppo concentrato sul restauro di poche domus), così come aveva sottolineato anche il secondo mission report UNESCO della scorsa primavera. I cambiamenti introdotti, che privilegiano la competenza come criterio guida, potranno produrre quello scatto di operatività necessario per fare di Pompei quello che forse non è riuscita ad essere mai: un sito "il" sito modello per conservazione e fruizione. Fondamentale che il Ministro abbia ribadito, a questo proposito, l'impegno che sia lo Stato italiano, attraverso il Mibact, a garantire questo risultato. E ancora, nel decreto trovano una risposta, strutturale ed economica, organica, le fondazioni liriche, alcune delle quali, come il Maggio fiorentino e il Carlo Felice di Genova destinate altrimenti alla chiusura. Il passaggio in Senato ha registrato la consueta sfrangiatura in alcuni emendamenti destinati a regalie clientelari, fenomeno che speriamo non si moltiplichi nella discussione alla Camera. Certo il Decreto non basterà da solo a ribaltare la crisi profonda del nostro sistema di tutela. Permane, sullo sfondo, un quadro economico ancora largamente deficitario rispetto alle esigenze ingigantitesi negli ultimi anni proprio perché la prolungata carenza di risorse ha fatalmente aggravato a dismisura i problemi. Ma è anche necessario che i provvedimenti legislativi siano interpretati da una struttura, quella del Mibact, profondamente rinnovata, in grado finalmente di rilanciare un'azione di politica culturale vera e propria, o meglio di costruirla ex novo, dopo anni di latitanza della classe politica e di quella dirigenziale dai compiti di programmazione, di elaborazione e di monitoraggio. L'attenzione e la capacità di ascolto che il ministro Bray ha sinora dimostrato a chi sul territorio, a qualunque livello, opera, in condizioni di grande difficoltà, per il nostro patrimonio culturale è il vero valore aggiunto del Decreto Valore Cultura.