Un giardino nel cuore della villa dei Quintili a Roma ospita i robusti alberelli "figli" (per talea) dei Patriarchi più illustri di tutte le regioni italiane. giardino patriarchi C'era una volta, adesso non c'è più, la quercia del Tasso. Un albero fronzuto sul Gianicolo, magnifica veduta su Roma, dove sembra andasse a riposarsi Torquato Tasso dopo le sue fatiche letterarie. Non c'è più quell'albero, che aveva visto passare la storia d'Italia dal Cinquecento al Novecento, quando aveva ispirato un esilarante pezzo di teatro a Achille Campanile. Stroncato da un fulmine, nessuno si era mai preoccupato di preservarne una talea, non ne resta che un mozzicone di tronco annerito. Testimoni plurisecolari e protagonisti del paesaggio italiano, gli alberi antichi hanno da tempo una loro "casa", nelle 10.000 talee conservate dall'Associazione Patriarchi di Forlì che, sotto la guida del presidente Sergio Guidi, ha già censito tutti gli alberi secolari dell'Emilia Romagna. Ora hanno anche un giardino nel cuore della villa dei Quintili, dove i robusti alberelli cresceranno in una delle zone archeologiche più belle di Roma. Figli dei Patriarchi, e già chiamare così alberi "vecchi" è consegnar loro un dovere e un onore di memoria. Giovani ancora, ma robusti viste le ascendenze. Sono alberi da frutto rustici, dunque difficilmente attaccabili da parassiti o funghi: un'essenza per ogni regione d'Italia, a comporre un giardino di archeologia vegetale che ridisegna a suo modo lo stivale. Dalla Val d'Aosta viene il pero Brusson, dal Piemonte il melo Pum dal Bambin, il ciliegio di Besana dalla Brianza, il melo di Fondo dal Trentino. Il cotogno da Faenza, il corniolo di Montilieri dalla Toscana, il fico Reginella dall'Abruzzo, il melograno da san Giovanni in Laterano, a Roma. Dalla Sardegna l'olivo Luras (patriarca dei patriarchi, ha 3.800 anni), dalla Sicilia la vite Corinto bianco, da cui si faceva il vino greco. Il Giardino dei Patriarchi dell'Unità d'Italia è stato realizzato grazie all'adesione del Presidente della Repubblica, della soprintendenza per i Beni archeologici e della direttrice dell'Appia Antica, Rita Paris, dell'Associazione Patriarchi e del Comitato per la Bellezza. "Un piccolo luogo della memoria gemello dell'archivio Cederna a Capo di Bove ha detto inaugurando il giardino la direttrice dell'Appia antica, Rita Paris come torre di guardia di questo territorio bellissimo e minacciato. Agro romano, la terra qui è fertile, i fratelli Quintili la coltivarono attorno al Fosso dello Statuario, più recentemente qui c'erano i campi dei Torlonia e dei Gerini". Archeologia vegetale, archeologia di pietra qui s'incontrano, parlano un linguaggio antico. Lo ricorda Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza, che ha accompagnato con tenacia la creazione del giardino: l'olivo del Garda ci parla di Virgilio, il fico abruzzese di Ovidio, l'olivo di Ferrandina di Orazio. Il ciliegio della Brianza di Pinio, il cotogno di Faenza di Plauto. Così, intrecciandoli tra loro, si può ripercorrere la storia del paesaggio e della cultura italiani. Pietre che ritrovano un senso e che ci parlano del passato, alberi vivi che ci accompagnano ancora, testimoni di un paesaggio e di un'agricoltura ricca di specie abbandonate ma che andrebbero riscoperti. Chissà quando fruttificheranno, e poco importa. Intanto è bello sapere che i piccoli alberi, ora hanno due anni, cresceranno e daranno ombra a chi verrà qui a visitare le splendide rovine della villa dei Quintili e, magari, tutta l'Appia antica. Spiccando una prugna succosa e dal sapore intenso, addentando un fico dallo stesso sapore cantato da Ovidio. Un segno di speranza, in controtendenza. Bisognerebbe studiarle di più le preesistenze vegetali, lì dove sono rimaste, e preservare con cura i sapori della miriade di specie di cui l'Italia è culla. Invece per incuria e per incultura, grazie anche alla standardizzazione del modo di coltivare, spesso si perdono per sempre. E la sapienza di generazioni di contadini si brucia, come il troncone della quercia del Tasso.