Direttori e presidenti degli enti più prestigiosi invocano un cambio di atteggiamento: "Di questo passo cosa offriremo nel 2015?" Carrubba: "I privati non possono lasciare sole le istituzioni" ACCETTE che tagliano ecco il problema sollevato dalla Shammah «non le spese superflue, che pure ci sono in tutte le istituzioni culturali». No, si taglia e basta, in modo indiscriminato: «Da quarant'anni non c'è stato un solo governo che abbia messo la cultura al centro dello sviluppo economico». Già, con i teatri, i musei, il cinema si mangia eccome, e infatti «con il suo indotto la Scala fa soldi». Ed è arrivato il momento, dice la responsabile del Parenti, «di una grande battaglia nazionale: il sindaco dovrebbe guidare una sollevazione affinché i tagli siano oggetto di una trattativa con il governo ». Ma quella trattativa arriva forse tardi: «Ormai c'è pochissimo spazio per intervenire: se il ministro Bray dovesse riuscirci, passerebbe alla storia», ricorda il presidente di MiTo Francesco Micheli, riferendosi a quel decreto Cultura su cui hanno lanciato strali Pisapia ed Escobar. Perché i nuovi paletti sono «il colpo di mano di un sistema burocratico centrale romano: il vero problema del nostro Paese è quella burocrazia potentissima che resta, anche se cambiano i ministri». Paletti che faranno passare la voglia a chiunque di investire nella cultura: «Così si disattiva la capacità gestionale del cda della Scala: il sovrintendente lo sceglie il ministro, i consiglieri diminuiscono e quindi sono quasi tutti pubblici, allora che posto si riserva ai grandi soci privati, che dovrebbero avere un ruolo di grande rilievo?», chiede Micheli. Parole forti, grida di dolore, proclami. Provocazioni, anche, come quella di Beniamino Saibene, anima di Esterni: «Nel 2011 avevamo proposto a Pisapia di non nominare un assessore alla Cultura per dimostrare che questo terreno deve essere preoccupazione di tutta la giunta, non di uno solo. E così ora vorrei dire: aboliamo il ministero della Cultura, tanto resterà sempre il più sfigato». La vulcanica associazione culturale, quest'anno, ha preso zero fondi dal ministero per il MilanoFilmFestival e già teme per quelli del Comune per il prossimo anno: «Vedremo come andrà, ma mi sembra che la tendenza al peggioramento non cambi». La verità è che ormai senza i privati nessuno può più sperare di stare in piedi. Difficile stupirsi, così, di quel che dicono gli addetti ai lavori di fronte alle desolate dichiarazioni dell'assessore Del Corno: la cultura milanese costretta alla «sopravvivenza», le spese per il settore ben «al di sotto delle reali necessità». Un suo predecessore Salvatore Carrubba, oggi presidente dell'Accademia di Brera mostra «molta comprensione» nei confronti dell'assessore: «Quando c'ero io, c'erano anche i soldi, e tutto risultava più facile». Vero, ma adesso? «Ci sono due cose da fare dice Carrubba e la prima è collocare i finanziamenti per la cultura in una strategia di riforma radicale: risorse ridimensionate per la spesa corrente, e aumentate per gli investimenti». E poi c'è il ruolo dei privati: «È impensabile che a Milano un privato si interessi di cultura solo per il proprio tornaconto, senza investire sul patrimonio comune costituito da teatri e musei». Il pubblico, però, non deve perdere un ruolo fondamentale, ammonisce il finanziere mecenate Micheli: «Lo Stato deve avere un'azione in più per evitare, ad esempio, che una istituzione come la Scala sia venduta a qualche Paese che possa trasformarla in qualcosa di meno nobile. L'identità nazionale va difesa, ma senza per questo essere così invasivi». Ma bisogna invertire la tendenza, ribaltare, come dice Elisabetta Sgarbi, instancabile organizzatrice della "Milanesiana", «la logica del governo centrale, i cui continui tagli nascondono solo la considerazione nulla che i politici hanno della cultura, incapaci come sono di pensarla come una risorsa in cui investire e non come un fardello da trascinare». Lo sa bene Fiorenzo Galli, da 12 anni direttore generale del Museo della scienza e della tecnologia: «Si taglia sulla cultura? Per noi non è una novità, da 21 mesi aspettiamo i fondi del ministero, viviamo già all'80 per cento con l'autofinanziamento, mentre nel resto d'Europa musei come il nostro hanno finanziamenti pubblici dalle 20 alle 50 volte più di noi». Il motivo? «L'assoluta indifferenza della politica, nonostante fra meno di due anni qui ci sarà Expo, e non so cosa potremo presentare ». Su questa linea dice ancora Saibene, che scorre le voci di sostentamento di Esterni: «Forse è più facile trovare ascolto nei privati perché il pubblico mastica più la lingua della politica che dell'economia. Il problema non è (solo) che lo Stato non ha soldi, ma è che l'equazione cultura uguale sviluppo è buona solo come tema dei convegni».
MILANO - La cultura vista come un peso nessuno pensa a investire "Serve una battaglia nazionale"
I direttori e presidenti degli enti culturali di Milano hanno invocato un cambio di atteggiamento nei confronti della cultura, chiedendo di non tagliare indiscriminatamente le spese. Il sindaco dovrebbe guidare una trattativa con il governo per ridurre i tagli. I privati devono investire nella cultura e il pubblico deve avere un ruolo fondamentale. La cultura è una risorsa che deve essere valorizzata e non vista come un fardello da trascinare. I tagli alla cultura sono una dimostrazione della considerazione nulla che i politici hanno della cultura. I privati e il pubblico devono lavorare insieme per salvare la cultura milanese.
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