Dimenticate in una casa di riposo, erano considerate due "croste" senza valore. Poi sono arrivate due restauratrici... C'è lo zampino griffato dell'artista dei Medici nella casa di riposo di Volterra. Eppure per secoli nessuno se ne accorge. Una tela era a copertura della cassaforte a muro; l'altra, quasi due metri di altezza, nella piccola chiesa, poco frequentata, dell'istituto Santa Chiara: quel tratto seicentesco viene legato, pure, a padri che non sono il loro. Ed è quasi per caso, grazie ad un'intuizione, che oggi giustizia storica è resa: quelle opere, sicuramente "La Madonna che porge il Bambino a San Felice da Cantalice" e la seconda, più piccola, della "Madonna col Bambino" (ancora da verificare per bene, con un attento studio dell'opera), sono del pittore seicentesco Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, nato e cresciuto sulle Balze. Il giallo storico. La nuova verità si sta svelando, fra ripulitura e stuccatura, nel laboratorio di arte e restauro di Cascina dove i due gioielli stanno tornando a vivere grazie soprattutto all'impegno dell'associazione volterrana Amici dei musei e dei monumenti che si è autotassata per finanziare l'operazione. Si comincia da quello più grande, dove la certezza è già realtà. «Nel mio percorso di laurea ho approfondito questo grande pittore dei Seicento italiano e andando a Volterra ho notato che queste opere attribuite ad un allievo del Franceschini, Giuseppe Arrighi, in realtà presentavano somiglianze plateali con quadri noti del Volterrano che si trovano sia sul Colle etrusco che a Firenze» racconta Alessandro Grassi, giovane studioso dell'Università di Firenze. Parla, osservando il quadro con San Felice. A fine anno sarà la Pinacoteca comunale volterrana ad ospitare il quadro, con tutti gli onori del caso. Anche perché quando arriva nel laboratorio cascinese Arterestauro, le due specialiste Silvia Bartalucci e Moira Colombini si ritrovano in mano una tela lacera, con distacchi delle pellicole pittoriche, dai colori offuscati. Colpi di scena. Ed è proprio all'interno del laboratorio dei "certosini dell'arte" che arriva il primo colpo di scena: tolto l'involucro di legno, che l'opera si porta dal 1635, spunta il retro, con tanto di scrittura in latino: "1635 balt. Franceschini volats (volaterranus) pinx". La conferma c'è. Ma le sorprese non finiscono: dietro al quadro salta fuori una toppa con una data, "ic 1735, restaurat: A d (Anno domini) 1735". E proprio su un manoscritto del Settecento il restauratore volterrano Ippolito Maria Cigna (ic appunto) racconta di aver sistemato il quadro in questione, dopo una "cannata di un cappellano". Soddisfazione. Emozione. Gioia. Tutto sprona i "salvatori" del dipinto ad andare avanti, con la convinzione che anche l'altro, la Madonna col Bambino sia dello stesso artista che ha dipinto l'affresco "Il Sogno di Elia" nell'abbazia di San Giusto, la "Purificazione" nella chiesa di Sant'Agostino sempre a Volterra e il celebre ciclo degli affreschi celebrativi delle casata de' Medici nelle logge del cortile della villa della Petraia di Firenze. Il primo atto del percorso di valorizzazione "Un Volterrano a Volterra" spinge a continuare. A fianco, in prima linea, c'è la Soprintendenza ai beni artistici di Pisa con lo storico dell'arte Amedeo Mercurio che dirige il restauro e che ha ideato l'iniziativa. Una "colpa" da espiare. «Ci tengo a dire che nel 2011 ricorreva il quarto centenario della nascita del pittore e non è stato celebrato, una grossa caduta delle istituzioni coinvolte, compresa la mia: per espiare questa colpa dice l'esperto abbiamo pensato ad un progetto che porti a riconsiderare le opere del Volterrano, erroneamente attribuite ad altri: è grazie all'associazione Amici dei Musei e alla Fondazione Cassa di Risparmio che possiamo andare avanti». E' sempre lui a spiegare come sia stato possibile attribuire opere di Baldassarre Franceschini ad altri. «Rispetto ad altri lavori, "La Madonna che porge il Bambino" è di qualità più bassa e quindi si diceva, sbagliando, che non fosse possibile attribuirlo a lui, senza ricordarsi che anche per i grandi maestri, esistono fasi di sperimentazione» aggiunge. Sul Colle etrusco l'orgoglio per la nuova scoperta è alle stelle, come sottolinea anche il presidente della casa di riposo,Renato Bacci che ha messo a disposizione le opere. Il legame con il Volterrano è forte: il padre era un alabastraio e sculture in tufo. «All'inizio si oppose alla passione del figlio per la pittura, voleva che continuasse a fare alabastro» sottolinea lo studioso Grassi. La quotidianità seicentesca dei vicoli dell'epoca incuriosisce. «I primi mecenati del Franceschini furono proprio i componenti della nobile famiglia Inghirami», vale a dire un pezzo della storia di Volterra.