Intervista Parla Fiona Reynolds, già direttore del National Trust per la tutela dei beni artistici Esempio virtuoso Carandini: «Ma perché funzioni in Italia occorre trovare il giusto equilibrio tra Stato, sovrintendenze e privati»«Più coinvolgimento dei visitatori significa più donazioni» I numeri inanellati nel 2012 dal National Trust (definizione completa «National Trust for places of historic interest or natural beauty» di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord) parlano da soli: quattro milioni di membri-donatori; oltre trecento beni artistici e naturali tutelati (la prima acquisizione nel 1896, la Clergy House di Alfriston, nell'East Sussex); 19 milioni di visitatori; 62.000 volontari attivi e 435,6 milioni di sterline di incassi. Anche per questo Dame Fiona Reynolds, che del National Trust è stata Direttore generale dal 2001 fino allo scorso novembre e che ha guidato il «grande boom» dell'associazione, sorride soddisfatta a chi le chiede se questa esperienza potrebbe essere esportabile in Italia: «Certo ? assicura nel suo inglese perfetto ?. È già successo in Francia, in India, in Canada, in Australia e in una cinquantina di altri Paesi. L'importante è adattarla a una realtà così diversa, e sicuramente più ricca, complessa, articolata come quella italiana».Il Fai (il Fondo ambiente italiano) da sempre guarda con passione, e forse con un po' d'invidia, al modello del National Trust, concepito nel 1884 da un'idea di Octavia Hill, fondazione ufficiale nel 1895, primo biglietto staccato l'anno successivo per 10 sterline. Soprattutto al suo modo di essere riuscito a superare il «solco» che nel nostro Paese sembra dividere pubblico e privato in materia di conservazione dei beni artistici. Da qui l'idea di accogliere Dame Reynolds a Milano, nella sede della Cavallerizza Radetzky, per una serie di seminari. Giuridicamente definita un «charity trust», il National Trust è un'associazione privata a carattere volontario, senza scopo di lucro, «da sempre indipendente dalla politica ? come spiega non senza orgoglio al «Corriere» ?, lontana dalla burocrazia, ma che può contare su una rete di sezioni sparse sul territorio e che nascono dal coinvolgimento diretto della gente». Sia che si trattasse di Wakehurst Place Garden, di Waddesdon Manor, dell'Abbazia di Fountains, di Belton House o del ponte di corda di Carrick-a-Rede. Perché, è un altro dei punti fermi dei progetti del National Trust, «il nostro impegno è da sempre quello di sorvegliare edifici storici, giardini, colline, spiagge, foreste, fattorie, brughiere, isole, castelli, riserve naturali, villaggi ma anche pubs».Secondo Dame Reynolds il modello National Trust potrebbe così essere trasferito, sia pure «con qualche aggiustamento necessario», anche in Italia. Giusta dunque l'idea del Fai di guardare all'associazione britannica come un modello virtuoso ma per il presidente del Fai Andrea Carandini, «per funzionare alla perfezione in Italia sarebbe necessario trovare il giusto equilibrio tra Stato, sovrintendenze e privati» (secondo Carandini «parlare con Fiona è stato in qualche modo come parlare con il presidente del Fai del futuro»). E se Reynolds ha saputo trovare la via giusta, Marco Magnifico (vice presidente esecutivo dell'associazione) si augura «di poter fare presto anche noi lo stesso, magari nel giro di tre-cinque anni».Attualmente il Fai può contare su 100 mila membri donatori, 49 beni tutelati, 450 mila visitatori, settemila volontari e 22,4 milioni di euro di incassi. Tra le acquisizioni più recenti: la batteria militare Talmone a Punta San Diego (Olbia Tempio), il bosco di San Francesco a Assisi, la Villa dei Vescovi a Luvigliano (Padova) e l'Abbazia di Santa Maria di Cerrate nel Salento per cui è stata avviata una campagna di donazioni (www.fondoambiente.it). Tra i prossimi appuntamenti, invece, l'inaugurazione (venerdì) del «Sentiero Tirinzoni» a Talamona, sulle alpi di Sondrio, la Faimarathon (il 13 ottobre, in collaborazione con il Gioco del Lotto) e la grande mostra da tenersi tra ottobre e novembre, in collaborazione con il Lacma di Los Angeles, di James Turrell e Robert Irwin a Villa Panza a Varese.Come ha fatto Fiona Reynolds a trovare la giusta strada? «Quando sono arrivata ? ammette ? ho trovato un'associazione francamente polverosa e, diciamo la verità, assai noiosa. Ho pensato che la cosa migliore fosse innanzitutto aprirsi ancora di più alla gente, a tutte le categorie di persone, alle famiglie intere, bambini compresi. Per farlo bisognava rendere ogni visita un'esperienza piacevole. Perché se un visitatore esce da una delle nostre proprietà soddisfatto e rilassato, magari perché i nostri volontari erano sorridenti e gli hanno indicato il percorso giusto o perché le didascalie erano chiare, sicuramente avrà voglia di tornarci in futuro e, chissà, anche di fare una donazione o più semplicemente di diventare nostri volontari». Se dovesse scegliere un esempio britannico di come si possa cambiare in meglio un bene artistico-culturale, Fiona Reynolds cita con signorilità l'Ashmolean Museum di Oxford, «che non rientra nel patrimonio tutelato dal National Trust ma che è stato capace in pochi anni di realizzare un miglioramento davvero impressionante». Perché un bel quadro o una bella villa da soli, in fondo, non bastano: «ci vogliono anche coinvolgimento, passione e divertimento». Anche se poi, afferma, «quello che conta è essere prima di tutto indipendenti, lontani dalla politica, dalla burocrazia». Ma la crisi non potrebbe abbattersi anche sui futuri progetti di tutela? «Non credo ? conclude sorridendo Dame Reyolds ?. Anzi potrebbe accadere il contrario, perché le difficoltà ci hanno costretto a capire quelle che sono le nostre necessità reali. E un bel quadro, una bella villa, un bel giardino, un bel bosco sono sicuramente alcune di queste necessità».