L'intervento di Salvatore Settis che qui pubblichiamo segue e fa riferimento all'intervista all'ex direttrice del National Trust inglese Fiona Reynolds realizzata da Stefano Bucci («Corriere della Sera» del 7 settembre) e all'intervento del presidente del Fai (Fondo per l'ambiente italiano) Andrea Carandini («Corriere» dell'11 settembre) Caro Direttore,ho letto con ritardo gli interventi del «Corriere» sul National Trust, benemerita istituzione privata britannica. Ma mi par utile precisare che la sua attività si colloca in un quadro ben diverso da quello italiano. L'Italia (anche prima della sua unità nazionale) è il luogo dove è nata la stessa idea di tutela, nonché le più antiche leggi in merito (soprattutto negli Stati pontifici, ma anche a Napoli, a Firenze, ecc.), dove, anzi, la Repubblica ha posto la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato (art. 9 della Costituzione). Nulla di simile nel Regno Unito, dove anzi il National Trust nacque proprio per rimediare alla carenza di norme pubbliche di tutela. Mostriamolo con un esempio: secondo Giles Worsley (England's Lost Houses, London 2001), nei soli anni dal 1945 al 1974 furono demolite 476 ville in Inghilterra, 203 in Scozia, 33 nel Galles: tutte demolizioni decise dai proprietari per reinvestire sui terreni. Fra le ville demolite, uno dei capolavori di Robert Adam, la Big House di Bowood, Wiltshire (di cui fu salvata solo una stanza, ancora in uso a Londra come sala di riunioni dei Lloyds), nonché il massimo monumento del Greek Revival (Grange Park, Hampshire) e la più importante villa vittoriana in stile neogotico (Eaton Hall, Cheshire). Solo nel 1968 il Town and Country Planning Act arginò la demolizione, che peraltro continuò almeno fino al 1980, quando cominciò a imporsi una più avanzata cultura della conservazione. Per quanto possiamo lamentarci che ville venete, toscane, vesuviane languano in stato di abbandono, in Italia un disastro di queste proporzioni non è avvenuto: ed è perché le nostre leggi, pur salvaguardando la proprietà privata, non danno ai proprietari questo diritto di vita e di morte sui propri possedimenti. Qualsiasi «trapianto» del modello National Trust in Italia deve partire da questa piana constatazione, e sarebbe cosa vana senza un robusto rilancio delle strutture pubbliche della tutela. Insomma, vale ancora il monito di Pasquale Villari, nell'Italia da poco unita che voleva trasferire nella scuola e nell'università modelli tedeschi: «Un'istituzione è feconda solo quando stende le sue radici su un suolo fertile, da cui raccoglie la forza che poi trasmette moltiplicata. Non possiamo entrare in un'officina, prendere una ruota che comunica il suo moto a cento altre, isolarla dal resto, e poi sorprenderci perché non pone in moto più nulla».
La lettera. Quell'idea di tutela inventata in Italia
L'intervento di Salvatore Settis risponde all'intervista del Corriere della Sera su National Trust, un'istituzione britannica di tutela del patrimonio culturale. Settis sottolinea che l'Italia ha una storia di tutela del patrimonio culturale più antica e più sviluppata del Regno Unito, dove il National Trust nacque per colmare la carenza di norme pubbliche di tutela. Settis critica il modello del National Trust, che si basa sulla donazione privata, e sostiene che in Italia è necessario un rilancio delle strutture pubbliche della tutela per proteggere il patrimonio culturale.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo