Difficile per l'architettura di oggi raccontarsi al di fuori della cerchia elitaria degli addetti ai lavori. Troppo complesso il suo cifrario, troppo forte è divenuto lo scarto che la separa dalla platea dei suoi stessi utenti. Eppure la mostra che la Direzione architettura dei Beni culturali ha dedicato a due tra i più noti progettisti italiani del dopoguerra, Aimaro Isola,79 anni e Roberto Gabetti,morto 6 anni fa, e ospita da oggi fino al 22 maggio nell'ex carcere minorile del S.Michele (via di S.Michele a Ripa 25, ingresso gratuito) a suo modo ci riesce. Merito dell'allestimento, che è già di per se un efficace biglietto da visita: il lungo corridoio delle celle pavesato di fettucce di tutti i colori che evoca e allo stesso tempo cancella la lugubre memoria del correzionale dove i giovani detenuti scontavano la pena tessendo stoffe; lo spazio scandito da tavoloni di lavoro, modellini plastici, piante e foto appese ai muri a simulare il caos artigianale e creativo che da mezzo secolo caratterizza questo prestigioso studio. Ma ancor più merito dell'irruzione del linguaggio coinvolgente di altre discipline artistiche nella passerella d'esposizione. Prima che sulle mappe e sulle planimetrie lo sguardo si posa sulle tele e sui fogli dipinti ad acquarelli che anticipano l'idea di partenza o condensano il risultato finale d'ogni progetto. E ad arricchire il percorso una antologia di statue scolpite nel legno da Hilario Isola, uno dei figli del fondatore, e dal suo giovane collega Matteo Norzi, che sviluppano in intriganti siparietti il tema inquietante del carcere e del lavoro minorile: c'è persino appeso all'esterno un pupazzo di legno che suggerisce un'impossibile evasione. Insomma una mostra a tutto tondo, che riporta il visitatore all'architettura offrendogli tutte o quasi le chiavi per interpretarla. Misurarne le costanti. L'attenzione per la natura che torna in molti progetti: il museo archeologico di Torino infossato sotto un prato, oblò di rovine e tesori sepolti; il master plan del parco Ottavi di Reggio Emilia che ricuce senza strappi e con molta attenzione al verde un vasto spazio di risulta di periferia tagliato dalla ferrovia ; i porti di Livorno, Pisa, Varazze che dialogano con il mare, lo sbocco dei fiumi, i boschi circostanti, la città antica; il complesso residenziale all'isola d'Elba, case a blocco di mattoni tagliate da rampe e sentierini asimmetrici che si fondono con la collina alle spalle. E poi la logica e la vena «poetica» che lega insieme ogni dettaglio: i misteriosi finestroni ad arco che rompono l'austera semplicità del monastero delle carmelitane realizzato a Quart in val d'Aosta; i colori che segnano e ravvivano le torri di un grande ospizio per anziani; le facciate a mosaico di tanti edifici; la foresta di vetrate e pilastri del museo d'arte moderna di Benevento che evoca il labirinto di palazzi distrutti dai borbardamenti dell'ultima guerra; l'intreccio di prospettive e punti di fuga con cui il grande cortile a rombo del complesso Ibm di Segrate appena inaugurato dialoga con l'esterno. L'architettura come paesaggio : il titolo della mostra diretto come un manifesto d'intenti indica la cifra più originale di questo eclettico studio di autori.
Vetrate, porti, torri e cortili: architettura come paesaggio
La mostra "Architettura come paesaggio" è stata inaugurata all'ex carcere minorile del S.Michele a Ripa 25, in via di S.Michele a Ripa 25, a Roma. La mostra raccoglie opere di due progettisti italiani del dopoguerra, Aimaro Isola e Roberto Gabetti, e presenta la loro architettura come un'arte che si integra con la natura. La mostra è caratterizzata da un linguaggio coinvolgente e coinvolgente, con l'uso di altre discipline artistiche come la pittura e la scultura. Le opere esposte includono mappe, planimetrie, tele e fogli dipinti ad acquarelli, che anticipano l'idea di partenza o condensano il risultato finale di ogni progetto.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo