Insieme alle zanzare, alle punture di medusa e allo scirocco l'ormai declinante estate italiana porta con sé le inevitabili sculture "di" Salvador Dalì. La lunga vita di questo artista (1904-1989) conobbe l'apice della creatività nella seconda metà degli anni Venti, intorno all'invenzione del Surrealismo (1924). Ma già nel 1939 (quando André Breton ne anagrammava il nome in "Avida Dollars") Dalì era un fenomeno più commerciale che artistico. Ed è solo in questo senso che le mostre che infestano le città della provincia italiana possono dirsi in qualche modo fedeli all'artista che pretendono di far conoscere. Poche settimane fa, un enorme "elefante su zampe di libellula" fuso in bronzo dorato sostava mestamente di fronte alla stazione di Firenze, mentre uno ennesimo esemplare di "orologio molle" apre l'incredibile accozzaglia di opere sparse che va sotto il nome di mostra su "Amore e Psiche", e che è arenata nelle sale del povero Palazzo Te a Mantova. Ma il culmine lo ha raggiunto il Comune di Sorrento, che non pago di aver organizzato una grottesca mostra nientemeno che su Leonardo da Vinci (senza un solo Leonardo, sia ben chiaro) passa ora disinvoltamente a "The Dalì Universe", ridicolmente reclamizzata come un "evento di assoluto rilievo internazionale". Non tutti ci sono caduti, e il consigliere comunale Rosario Fiorentino ha presentato al sindaco una interrogazione assai documentata, che andrebbe stampata su grandi cartelloni all'ingresso della mostra stessa. Fiorentino documenta come la mostra non sia organizzata dalla Fondazione Dalì di Figueres, ma da una Stratton Foundation guidata "dal discusso e abile Beniamino Levi, che benché dichiari attività senza scopo di lucro sembra sottendere uno spiccato e aggressivo carattere commerciale". Una informata rassegna stampa internazionale permette a Fiorentino di documentare, tra l'altro, come molte delle sculture "di" Dalì esposte (e vendute in un locale adiacente alla mostra) siano state fuse pochi mesi fa in Cina (!). Nulla da dire: salvo il rispetto della legge, ognuno è libero di organizzare le mostre che crede. Ma, per favore, non con i soldi pubblici.