FIRENZE L'inchiesta sulla Tav fiorentina, che ha portato agli arresti domiciliari dell'ex presidente della Regione umbra Rita Lorenzetti, scuote anche i palazzi della politica regionale. Nell'inchiesta si fa infatti il nome del presidente Enrico Rossi: «Indipendentemente dalla sua buona fede» Rossi ha favorito "la squadra", ha assecondato le volontà di «un'associazione criminale» per «escludere» dalla partita della Tav fiorentina «un funzionario pubblico scomodo» a chi manovrava intorno ai cantieri per l'alta velocità. Così scrive il gip Angelo Antonio Pezzuti nella misura cautelare con cui ha disposto gli arresti domiciliari per la Lorenzetti, presidente di Italferr, la società di progettazione del Gruppo Ferrovie, e altre cinque persone, fra cui Furio Saraceno, il presidente di Nodavia, la società vincitrice dell'appalto e controllata da Coopsette, oltre a dirigenti statali e un tecnico di Italferr. Per i magistrati e i carabinieri del Ros, l'ex presidente Pd della Regione Umbria era ai vertici di un'associazione a delinquere. La presidente di Italferr - oltre ad essersi adoperata perché venissero pagate le società impegnate nei lavori in cambio di presunti favori professionali per suo marito - avrebbe anche esercitato pressioni su Rossi e il direttore generale della Regione Antonio Davide Barretta per silurare Fabio Zita, rimuoverlo dall'ufficio Via e trasferirlo ad altro incarico. L'architetto era uno dei «nemici» della "squadra". Nelle intercettazioni viene definito «terrorista, mascalzone, bastardo, stronzo». Nella primavera del 2012 aveva opposto il suo no al trasferimento dei fanghi di risulta prodotti dalla maxifresa Monna Lisa nelle vecchie miniere di Cavriglia (Arezzo). I detriti erano rifiuti speciali, non terre, e come tali andavano smaltiti in discarica, scriveva Zita. Nell'ordinanza il gip evidenzia come Rossi abbia effettivamente optato per il suo trasferimento pochi mesi dopo la delibera di giunta che sottoscriveva il parere del funzionario. «Sono stati svolti numerosi accertamenti», scrive il giudice, «per chiarire la capacità di influenzare e determinare le scelte della pubblica amministrazione, con particolare riferimento al mutato orientamento della Regione Toscana in merito alla declassificazione dei rifiuti in terra e rocce, con rimozione dall'incarico dell'architetto Zita». «Non esiste alcun legame tra la destinazione ad altro incarico del dirigente e le delibere di valutazione di impatto ambientale presentate dalla giunta», precisa la Regione in una nota. Zita è stato rimosso per motivi «organizzativi», un «regolare avvicendamento». E il successivo «parere positivo» sul trasporto delle terre nel Valdarno «si fonda sui contenuti del decreto ministeriale 161», il provvedimento con cui il governo Monti cambiò la classificazione delle terre, «non più definite come rifiuti ma come sottoprodotti». Insomma, anche se avesse voluto, Zita non avrebbe più potuto opporsi. «Lui è un eroe solitario», scrivono Comitati No Tav e Italia Nostra in una lunga lettera di solidarietà al dirigente oggi passato al piano paesaggistico. «Ho sempre fatto il mio dovere per il bene della collettività - dice oggi l'architetto - Ricordo che sono parte lesa in due procedimenti giudiziari. Uno riguarda le minacce di morte che ho subìto quando mi occupavo di rinnovabili e uno il trasferimento d'ufficio avvenuto contro la mia volontà». Sono suoi i no al porto di Cecina Mare, le numerose prescrizioni al vecchio progetto per la Tirrenica approvato dal Cipe nel 2006 e l'opposizione alle pale eoliche di Riparbella, per cui è indagata anche l'assessore Anna Rita Bramerini. «La sostituzione da responsabile della Via regionale fu immotivata e lesiva della mia professionalità; scrissi al mio dirigente che accettavo la decisione dei vertici regionali solo per spirito di servizio», conclude Zita.
FIRENZE - L'inchiesta Tav scuote la Regione
L'inchiesta sulla Tav fiorentina ha portato agli arresti domiciliari dell'ex presidente della Regione umbra Rita Lorenzetti e altre cinque persone, tra cui il presidente di Nodavia Furio Saraceno. L'ex presidente Pd della Regione Umbria Enrico Rossi è stato accusato di aver favorito "la squadra" e di aver siluriato l'architetto Fabio Zita, che si opponeva al trasferimento dei fanghi di risulta prodotti dalla maxifresa Monna Lisa nelle vecchie miniere di Cavriglia. L'inchiesta ha evidenziato come Rossi abbia optato per il trasferimento di Zita pochi mesi dopo la delibera di giunta che sottoscriveva il parere del funzionario.
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