FACENDO il punto sulle difficoltà della loro società, la Pietro Isnardi di Imperia, una delle aziende dell' olio più rinomate in Italia, a lungo anche importante ditta farmaceutica, gli amministratori e proprietari hanno sottolineato come le ragioni della sua maggior debolezza e problematicità si debbano a sfortunati investimenti immobiliari. Se si passano in rassegna le società edili è molto frequente trovare in Liguria, tra i loro proprietari, imprenditori che provengono da altri comparti produttivi, l' agroalimentare prima di tutto. Ora, finchè al cemento si dedicava, poniamo, la ditta Parodi (di Nostra Signora dei Porticcioli), si poteva dire che era il suo lavoro. Ma quando tanti bravi imprenditori hanno lasciato o trascurato le loro aziende originarie, per buttarsi senza fortuna nell' edilizia, provocando un danno anche alla loro attività industriale primaria, verrebbe proprio da dire che chi di spada ferisce di spada perisce. Il fatto è che la classe dirigente ligure, puntando soprattutto su case e porti, ha mostrato dei limiti culturali notevoli. ltro che la lungimiranza di cui si vantava Claudio Scajola ancora pochi mesi fa nella campagna elettorale di Imperia. Soggetti che più di ogni altro dovrebbero essere avvertiti sull' andamento dei mercati e delle economie, hanno rischiato il loro stesso patrimonio, per inseguire il guadagno facile del mattone, senza accorgersi che i tempi del cemento stavano finendo o cambiando. Scorrendo la lista delle esposizioni più discutibili di Carige verso il mondo del lavoro ligure, emerge con sgomentante evidenza la vocazione quasi univoca della nostra economia per l' edilizia. Carige ha certamente sbagliato a sostenere certe attività, ma non bisogna dimenticare che queste a volte sembrano essere state le uniche o quasi sul territorio. La politica,a sua volta, ha favorito questa tendenza a fare ricchezza e lavoro col cemento: un po' per mancanza di alternative, un po' per difetto di lungimiranza. Tutti hanno sottovalutato i connessi rischi ambientali e paesaggistici e nessuno ha capito che il danno (estetico e funzionale) al territorio poteva minacciare lo stesso investimento edilizio. A questa dilatazione patologica del cemento privato e urbano, inoltre, non ha corrisposto un incremento delle infrastrutture, per cui la Liguria ha moltiplicato case e posti barca, ma non ha fatto più niente per ampliare o aumentare strade e ferrovie. Da San Lorenzo a Finale, tolto il breve tratto Albenga- Loano, la ferrovia è a binario unico e l' Aurelia bis è una serie di monconi quasi inservibili. L' autostrada è quotidianamente intasata. Se, almeno, alla crescita, pur di per sé sconsiderata, dell' edilizia abitativa avesse corrisposto un miglioramento della viabilità, anche l' investimento immobiliare avrebbe avuto migliori possibilità di essere ancora redditizio. Invece niente. Né i politici né gli imprenditori hanno puntato sulle infrastrutture e hanno giocato quasi solo la carta degli appartamenti, degli approdi. Significativamente solo qualche punto di grande edilizia pubblica, come il nuovo ospedale di Albenga, è stato accompagnato da un buon riordinoe miglioramento dei collegamenti viari, anche se qualcuno obietta che oggi l' unico senso di quel bell' ospedale è dato proprio dalla nuova strada fatta per raggiungerlo meglio. Il dossier Carige, con le sue sofferenze fortissime nel settore dell' edilizia, è la vetrina impietosa degli errori e delle miopie dell' economia e della politica liguri, che ora rischiano di avere un costo persino superiore al danno già provocato, perché, con le mele marce o bacate, cadranno anche quelle buoneo meno compromesse. Di per sé, infatti, non sempre né tutta l' attività edilizia è negativa, specie quella a destinazione pubblica. La trasformazione di aree (radicale rinnovo o intelligente recupero) è un fattore essenziale della crescita di una collettività, come si vede in qualsiasi grande città europea. A Genova, ad esempio, comunque lo si giudichi, il parco degli Erzelli è pur sempre un' iniziativa importante e positiva per la città e sarebbe un disastro se rimanesse a metà, bloccata dalla mancanza di finanziamenti ancor prima che dalle esitazioni dell' Ateneo. Il rischio della monocultura del cemento, infatti, non sta solo nei limiti economici che ora la crisi esalta, né nel danno spesso irreparabile che può infliggere al territorio. Ma anche nello scempio dei suoi lavori inconclusi, dei cantieri in abbandono, del degrado permanente generato da un' attività sospesa. La Liguria è da tempo imbruttita da tristi condomini; ora rischia di esserlo anche da gru arrugginite, palizzate sfondate, detriti non smaltiti, palazzi non finiti.